Donna Franca Florio, Boldini e la “belle epoque” del Marsala

Uno degli scopi di questo blog è mostrare come il filo dell’arte a volte possa intrecciarsi con quello del vino tessendo storie di grande fascino, magari da ricordare davanti ad un buon bicchiere, in questo caso di buon marsala.

In questa calda primavera romana è in corso presso il complesso del Vittoriano, fino al 16 luglio 2017, un’interessante mostra su Giovanni Boldini.

Pittore ferrarese, fra i più importanti protagonisti della Belle Époque, frequentò il Caffè Michelangelo a Firenze dove conobbe i macchiaioli le cui suggestioni caratterizzarono la sua prima maniera; poi in un susseguirsi di viaggi visita Napoli, Montecarlo, Londra e finalmente Parigi. L’estero sarà infatti per lui soprattutto la Ville Lumière, teatro dei grandi incontri e delle occasioni per il successo.

Da Napoli a Catania, da Parigi a Londra, Boldini è il pittore della pennellata veloce e rapida, della “sciabolata”. A volte i colori che usa sulla tavola o sulla tela sono sfumati e a volte sono corposi ma quello che ama ritrarre sono le donne. È in continua contemplazione nei confronti dei soggetti femminili dei quali coglie ogni sfumatura: dalla sensualità alla dolcezza, dall’intelligenza alla riservatezza.

La mostra si sviluppa attraverso una serie di incantevoli ritratti, seguendo un ordine cronologico che parte dalle prime esperienze fino ad arrivare al nucleo principale relativo all’esperienza parigina, città adottiva di Boldini. Nella capitale francese divenne famoso come ritrattista delle ricche donne esaltando al massimo l’eleganza, la ricchezza, la raffinatezza e il buon gusto di fine ‘800 ma senza aderire in particolare a nessun movimento artistico.

Ma tra le molte – e splendide – figure femminili presenti, ce n’è una che spicca sulle altre, una “regina” tale da essere stata scelta come immagine principale dagli organizzatori dell’evento: si tratta infatti di Donna Franca Florio, una delle donne più belle della sua epoca, tanto che addirittura D’Annunzio, uno che se ne intende, la chiama evocativamente l’Unica.

Donna Franca Jacona della Motta dei baroni di San Giuliano è la moglie di Ignazio Florio, nipote di Vincenzo, fondatore dell’impero di questa famiglia siciliana il cui nome è da quasi duecento anni – tra le altre cose – sinonimo di uno dei prodotti enologici italiani più importanti che è il marsala. La fondazione delle cantine Florio a marsala risale infatti al 1829 e per molti decenni questo vino liquoroso rivaleggiò sul commercio internazionale, soprattutto britannico, con Sherry e Porto.

Nella primavera del 1901 l’industriale ospita Boldini nella sua casa a Palermo commissionandogli un ritratto della moglie: nonostante il dipinto vada ad esaltare la donna nella sua bellezza, eleganza e prestigio, il pittore ne esegue una seconda versione.

Per moltissimo tempo si è creduto che a causa delle “gambe scoperte sotto il ginocchio e un’ampia scollatura” Ignazio Florio, avesse rifiutato il lavoro del 1901, e preteso una rappresentazione meno sensuale della moglie (1903), ma non essendo apprezzata da Donna Florio si fosse tornati al progetto iniziale.

Grazie a studi più recenti si è giunti a due importanti scoperte: la prima è che il dipinto nella sua versione originale non era irriverente e non venne ridimensionato a semplice ritratto di gentildonna per la gelosia del marito. Era un’elaborazione impeccabile e rispondeva ai canoni del committente; quello che non era chiaro era il pagamento. Boldini, ormai famoso, chiedeva generose ricompense ma Ignazio, di contro, faceva fatica ad accontentare i suoi creditori: sembra che Donna Florio venne per dispetto modificata in donna più lasciva, provocando la rabbia del consorte.

Le versioni quindi non sono due ma è una sola (anche se ripensata tre volte). A testimoniarlo sono le tre firme e le tre date trovate sulla tela sottoposta a riflettografia.

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In realtà quando Boldini visita Villa Florio, gli affari della famiglia vanno a gonfie vele. Investimenti di successo in diversi settori, una flotta commerciale da fare invidia a quella della marina italiana e un lusso sfrenato, insomma un mondo dorato. Lo stesso colore che caratterizza il vino che scorre nei bicchieri e riempie le botti nelle cantine delle aziende Florio.

Il marsala è un vino liquoroso, prodotto aggiungendo altro alcol (spesso distillati) al vino ottenuto con le tradizionali uve bianche siciliane quali Ansonica (o Inzolia), Catarratto, Grillo e altri ancora. Uve locali per un vino che deve però la sua origine agli inglesi, grandi amanti di questa tipologia:  infatti fu il mercante inglese John Woodhouse che nel XVIII secolo, durante una sosta forzata a Marsala, causata di una tempesta, ebbe modo di assaggiare il vino locale e, innamoratosene, di acquistare diverse botti da spedire verso la madre patria. L’unica accortezza fu aggiungere un pò di acquavite per stabilizzare il tutto durante il trasporto: ecco qui l’invenzione del marsala.

A partire da quel momento iniziò un periodo di grande successo per il marsala, che divenne ben presto agguerrito competitor dei più noti Porto e Sherry, arricchendo i lungimiranti che decisero di investirci. La sua progressiva espansione sul mercato internazionale crebbe con ritmi decisamente alti, facendo la fortuna di produttori e commercianti: i Florio.

Ricchi, ricchissimi, Ignazio e Franca Florio erano una coppia da sogno, protagonisti assoluti della mondanità e della Belle Epoque palermitana quando Boldini li conobbe.

Ma da questo momento iniziò un periodo di declino che non solo colpì la famiglia, che di lì a poco per una serie di strategie commerciali poco oculate arrivò a perdere tutto, ma anche per il vino stesso.

Infatti se da una parte la famiglia perse tutte le fortune che avevano accumulato, dall’altra il marsala fu vittima di produttori senza scrupoli che, per sfruttare la fama internazionale di questo prodotto, iniziarono a limarne la qualità facendo arrivare questo vino a livelli inaccettabili di mediocrità, avvantaggiati anche dal fatto che non esisteva un disciplinare che lo tutelasse. Così, mentre Sherry e Porto, che già erano stati dotati di ferree regole di produzione all’inizio dell’800, il marsala iniziò un rapido declino causato dall’immissione sul mercato di un prodotto scadente, addirittura aromatizzato all’uovo, alla mandorla e così via.

Negli anni ‘80 del secolo scorso fortunatamente l’intervento legislativo ha provato a porre rimedio per riportare questo vino ai fasti del passato, istituendo la DOC e imponendo un disciplinare più rigido. Purtroppo però i danni causati in passato sono stati così profondi che ci vorrà ancora del tempo prima che si recuperi il terreno perduto, anche se in commercio è possibile oggi trovare dei marsala eccellenti.

E il dipinto in mostra attualmente a Roma?

È il più importante dipinto di Boldini sul mercato internazionale, è l’unica tela a grandezza naturale di questo soggetto, non ne esistono altre. Boldini rappresenta con grazia e leggerezza la sua figura avvolgendola nel suo vestito in un vortice di nero e grigio che sembra sollevarla; e sarebbe stato sicuramente così se non ci fosse stata la sua sensualità, quasi tangibile, ad ancorarla alla realtà e il volto illuminato da una luce, che sembra quella abbagliante della sua epoca, di cui fu straordinaria protagonista, a riscattarla per sempre dall’oblio.

Wine tasting 13 marzo!

Finalmente siamo partiti.

Freschi di diploma da sommelier io e Daniele ci siamo cimentati nella nostra degustazione d’esordio (in inglese!) carichi di entusiasmo e con un minimo di normale tensione per la prima volta.

Grazie alla splendida organizzazione di Pro4Tour abbiamo trascorso una gran bella serata in compagnia di giovani e simpaticissimi studenti americani con i quali abbiamo condiviso la nostra passione per il buon vino.

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L’inizio è stato “spumeggiante” grazie al Prosecco e relativo brindisi augurale. Esame organolettico e regole principali per la corretta apertura della bottiglia e per il servizio. E per gradire, uno spuntino di mortadella per un corretto e gustoso abbinamento cibo-vino.

La serata è trascorsa via veloce tra Greco di Tufo, Cesanese del Piglio e Chianti Classico Riserva, alternando didattica e tante risate. Molto sentito il momento della sfida: i ragazzi si sono sfidati a chi apriva la bottiglia di vino nel modo migliore!

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Dobbiamo dire però che sono stati tutti bravissimi. Noi ci siamo divertiti e speriamo anche loro. L’obiettivo era quello di far vivere un’esperienza della cultura del vino: convivialità, divertimento, ragionamento, e soprattutto la voglia di stare insieme degustando una buona bottiglia.

Grazie ai ragazzi, grazie a Nicola. Buona la prima, speriamo ci siano presto nuove serate così!

Luca

P.s. tra i diversi vini che abbiamo scelto per la degustazione, una menzione particolare per il Chianti Classico Riserva della Fattoria Montecchio. Rapporto qualità/prezzo davvero buono!


Finally we start!

New of sommelier’s degrees, I and Daniele had our first wine tasting (in english!) full of enthusiasm and with just a little bit normal tense.

Thanks to the amazing organization of Pro4Tour, we had a great time young and very nice american students which we shared our passion for the fine wine.

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The start has been “frizzy” thanks to Prosecco and toast of good wishes. Organolepthic analisys and principal rules for the right way to open a bottle and to serve the wine.

Passeggiando sulle mura di Lucca con vista sulle colline e su…Montecarlo!

 

(…) Dentro nel claustrale transetto
come dentro un acquario, son di marmo
rassegnato le palpebre, il petto
dove giunge le mani in una calma
lontananza. Lì c’è l’aurora
e la sera italiana, la sua grama
nascita, la sua morte incolore.
Sonno, i secoli vuoti: nessuno
scalpello potrà scalzare la mole
tenue di queste palpebre.
Jacopo con Ilaria scolpì l’Italia
perduta nella morte, quando
la sua età fu più pura e necessaria.

Nell’ampio e meraviglioso panorama offerto dalla Toscana, eccellenza italiana sia in ambito artistico che enologico, Lucca e le colline lucchesi rappresentano un territorio affascinante, un po’ meno conosciuto ma meritevole di essere visitato e scoperto.
Uscendo dalla stazione ferroviaria si rimane immediatamente colpiti da uno dei simboli della città: le imponenti mura che racchiudono l’abitato sono immediatamente visibili. Il valore storico è notevole, basti solo pensare che si tratta, in Europa, della seconda cinta muraria per lunghezza, costruita “alla moderna” e integralmente conservata, dopo quella di Nicosia a Cipro.
Le fortificazioni “alla moderna” sono quelle costruite a partire dal XV secolo e progettate per resistere agli assalti degli eserciti che iniziavano a dotarsi di artiglieria.
Le mura di Lucca non hanno però di fatto mai esercitato questa funzione: nel tempo questa imponente costruzione ha cambiato il senso stesso del suo esistere e da strumento di difesa è diventato un punto di ritrovo per generazioni di lucchesi e turisti dove incontrarsi, camminare o magari fare sport. Infatti lungo un tracciato di circa 4,3 chilometri si è sviluppato un bellissimo camminamento nel verde, accessibile da più punti.
La conversione di questa struttura militare in passeggiata si deve a Maria Luisa di Borbone-Spagna, Duchessa di Lucca tra il secondo e terzo decennio dell’Ottocento.
Lucca, per secoli repubblica indipendente, perse la sua autonomia solo in seguito all’epopea napoleonica e alla conseguente annessione al Granducato di Toscana nel 1847.
Attraversando una delle sei porte di accesso alla città si scopre un luogo ricco di tesori artistici: il Palazzo Ducale, il Duomo di San Martino, le altre numeroso chiese e, più recentemente, il centro culturale creato dalla Fondazione Carlo Ludovico Ragghianti.
Secondo me però, quello che rende indimenticabile la visita in questa città è “l’incontro” con Ilaria Del Carretto, la ragazza introdotta da Pasolini all’inizio di questo post, con i versi presi dalla poesia Appennino. La storia è abbastanza nota, giovanissima andò in sposa a Paolo Guinigi, signore di Lucca tra il 1400 e il 1430, e altrettanto giovanissima morì, a soli 26 anni nel 1405 nel fiore della sua bellezza.
Fortunatamente, come sempre accade in questi casi, ci pensò un grande artista a renderla immortale. Guinigi chiamò infatti dalla vicina Firenze lo scultore Jacopo della Quercia e gli commissionò un monumento funebre per la moglie: il risultato fu strabiliante.

Ilaria

Questa opera d’arte è uno dei manufatti chiave della transizione tra l’arte tardogotica e quella rinascimentale, una sintesi tra il plasticismo degli scultori borgognoni e le nuove istanze classiche rinascimentali.
Ma soprattutto è un ritratto dolcissimo di una giovane ragazza, che continua ancora oggi ad emozionare come poche altre opere. Riccamente vestita e con i capelli acconciati alla moda dell’epoca, Ilaria giace come addormentata, con la testa delicatamente appoggiata su due cuscini. Il malinconico contrasto tra la bellezza del suo viso, così ben caratterizzato dallo scultore, e la fredda realtà della morte non può non far vibrare la sensibilità di chi la guarda. Ad amplificare questa sensazione, la straordinaria resa del cagnolino, simbolo di fedeltà coniugale, che guarda affettuosamente la padrona come in attesa di un suo risveglio.
La scultura si trova nella sagrestia del Duomo di San Martino, una visita è caldamente consigliata.
Lucca sorge in una posizione molto favorevole da un punto di vista enologico. A pochi chilometri di distanza verso occidente c’è il mare, mentre alla sue spalle il terreno declina dolcemente in collina e poi nell’appenino tosco emiliano che la divide dal territorio modenese e dalla Pianura Padana.
In questa zona c’è una DOC interessante che è quella del Montecarlo, dal nome di uno dei paesi dove viene prodotta, nelle sue versioni bianca e rossa. Fanno parte della DOC anche parti dei comuni di Altopascio, Capannori e Porcari.
Montecarlo fu fondato nel 1333 sul colle del Cerruglio dove sorge l’omonima fortezza. La sua edificazione si rese necessaria per accogliere la comunità del borgo che sorgeva ai piedi del colle, distrutto dai fiorentini, e che aveva un nome evocativo: Vivinaia, che significava “passaggio della via del vino”.
L’esistenza di questa via testimonia la vocazione vitivinicola della zona fin dal medioevo, e il vino di Montecarlo, soprattutto nella sua versione bianca a base di trebbiano, riscosse un notevole successo visto che arrivò addirittura alla corte di papa Gregorio XII (1335-1417) che lo apprezzò così tanto da ordinare il rifornimento costante delle cucine pontificie.
Questo vino è il risultato della lungimiranza dei produttori di questa zona che già alla fine del XIX secolo, importarono dalla Francia alcuni vitigni per iniziare a sperimentare la loro resa in queste terre arrivando ad ottenere un ottimo risultato attraverso un blend di uve prodotte da vitigni autoctoni ed internazionali.
La DOC stabilita con il DM 17/10/1994 e modificata successivamente con il DM 15/06/2011 consente la produzione del Montecarlo Bianco con uve Trebbiano Toscano (dal 30 al 60%) e uve Semillon, Pinot Bianco o Grigio, Sauvignon e Vermentino (dal 40 al 70%).
La versione rossa si ottiene invece con un blend di uve Sangiovese (dal 50 al 70%) e uve Cabernet, Cabernet Franc, Canaiolo, Colorino, Malvasia, Merlot ed altri autorizzati dalla regione toscana.
La lungimiranza dei produttori e la sperimentazione portata avanti studiando le caratteristiche del terroir e la resa dei vigneti autoctoni e quelli internazionali hanno consentito al Montecarlo di diventare un vino davvero interessante, ritagliandosi un suo spazio all’interno del panorama enologico toscano dominato dai giganti.
Francesco Redi (1626-1697), medico e letterato aretino così tratteggiò il vino bianco prodotto in questa zona:
Egli è il vero oro potabile,
Che mandar suole in esilio
Ogni male irrimediabile (…)

Montefalco, tra Benozzo e Sagrantino nell’eco di Francesco

Montefalco, Benozzo pinse a fresco
giovenilmente in te le belle mura
che di amor per ogni creatura

viva, fratello al sol come Francesco.

Dolce come sul poggio il melo e il pesco,
chiara come il Clitunno alla pianura,
di fiori ed acqua era la sua puntura,
beata del sorriso di Francesco.

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