Passeggiando sulle mura di Lucca con vista sulle colline e su…Montecarlo!

 

(…) Dentro nel claustrale transetto
come dentro un acquario, son di marmo
rassegnato le palpebre, il petto
dove giunge le mani in una calma
lontananza. Lì c’è l’aurora
e la sera italiana, la sua grama
nascita, la sua morte incolore.
Sonno, i secoli vuoti: nessuno
scalpello potrà scalzare la mole
tenue di queste palpebre.
Jacopo con Ilaria scolpì l’Italia
perduta nella morte, quando
la sua età fu più pura e necessaria.

Nell’ampio e meraviglioso panorama offerto dalla Toscana, eccellenza italiana sia in ambito artistico che enologico, Lucca e le colline lucchesi rappresentano un territorio affascinante, un po’ meno conosciuto ma meritevole di essere visitato e scoperto.
Uscendo dalla stazione ferroviaria si rimane immediatamente colpiti da uno dei simboli della città: le imponenti mura che racchiudono l’abitato sono immediatamente visibili. Il valore storico è notevole, basti solo pensare che si tratta, in Europa, della seconda cinta muraria per lunghezza, costruita “alla moderna” e integralmente conservata, dopo quella di Nicosia a Cipro.
Le fortificazioni “alla moderna” sono quelle costruite a partire dal XV secolo e progettate per resistere agli assalti degli eserciti che iniziavano a dotarsi di artiglieria.
Le mura di Lucca non hanno però di fatto mai esercitato questa funzione: nel tempo questa imponente costruzione ha cambiato il senso stesso del suo esistere e da strumento di difesa è diventato un punto di ritrovo per generazioni di lucchesi e turisti dove incontrarsi, camminare o magari fare sport. Infatti lungo un tracciato di circa 4,3 chilometri si è sviluppato un bellissimo camminamento nel verde, accessibile da più punti.
La conversione di questa struttura militare in passeggiata si deve a Maria Luisa di Borbone-Spagna, Duchessa di Lucca tra il secondo e terzo decennio dell’Ottocento.
Lucca, per secoli repubblica indipendente, perse la sua autonomia solo in seguito all’epopea napoleonica e alla conseguente annessione al Granducato di Toscana nel 1847.
Attraversando una delle sei porte di accesso alla città si scopre un luogo ricco di tesori artistici: il Palazzo Ducale, il Duomo di San Martino, le altre numeroso chiese e, più recentemente, il centro culturale creato dalla Fondazione Carlo Ludovico Ragghianti.
Secondo me però, quello che rende indimenticabile la visita in questa città è “l’incontro” con Ilaria Del Carretto, la ragazza introdotta da Pasolini all’inizio di questo post, con i versi presi dalla poesia Appennino. La storia è abbastanza nota, giovanissima andò in sposa a Paolo Guinigi, signore di Lucca tra il 1400 e il 1430, e altrettanto giovanissima morì, a soli 26 anni nel 1405 nel fiore della sua bellezza.
Fortunatamente, come sempre accade in questi casi, ci pensò un grande artista a renderla immortale. Guinigi chiamò infatti dalla vicina Firenze lo scultore Jacopo della Quercia e gli commissionò un monumento funebre per la moglie: il risultato fu strabiliante.

Ilaria

Questa opera d’arte è uno dei manufatti chiave della transizione tra l’arte tardogotica e quella rinascimentale, una sintesi tra il plasticismo degli scultori borgognoni e le nuove istanze classiche rinascimentali.
Ma soprattutto è un ritratto dolcissimo di una giovane ragazza, che continua ancora oggi ad emozionare come poche altre opere. Riccamente vestita e con i capelli acconciati alla moda dell’epoca, Ilaria giace come addormentata, con la testa delicatamente appoggiata su due cuscini. Il malinconico contrasto tra la bellezza del suo viso, così ben caratterizzato dallo scultore, e la fredda realtà della morte non può non far vibrare la sensibilità di chi la guarda. Ad amplificare questa sensazione, la straordinaria resa del cagnolino, simbolo di fedeltà coniugale, che guarda affettuosamente la padrona come in attesa di un suo risveglio.
La scultura si trova nella sagrestia del Duomo di San Martino, una visita è caldamente consigliata.
Lucca sorge in una posizione molto favorevole da un punto di vista enologico. A pochi chilometri di distanza verso occidente c’è il mare, mentre alla sue spalle il terreno declina dolcemente in collina e poi nell’appenino tosco emiliano che la divide dal territorio modenese e dalla Pianura Padana.
In questa zona c’è una DOC interessante che è quella del Montecarlo, dal nome di uno dei paesi dove viene prodotta, nelle sue versioni bianca e rossa. Fanno parte della DOC anche parti dei comuni di Altopascio, Capannori e Porcari.
Montecarlo fu fondato nel 1333 sul colle del Cerruglio dove sorge l’omonima fortezza. La sua edificazione si rese necessaria per accogliere la comunità del borgo che sorgeva ai piedi del colle, distrutto dai fiorentini, e che aveva un nome evocativo: Vivinaia, che significava “passaggio della via del vino”.
L’esistenza di questa via testimonia la vocazione vitivinicola della zona fin dal medioevo, e il vino di Montecarlo, soprattutto nella sua versione bianca a base di trebbiano, riscosse un notevole successo visto che arrivò addirittura alla corte di papa Gregorio XII (1335-1417) che lo apprezzò così tanto da ordinare il rifornimento costante delle cucine pontificie.
Questo vino è il risultato della lungimiranza dei produttori di questa zona che già alla fine del XIX secolo, importarono dalla Francia alcuni vitigni per iniziare a sperimentare la loro resa in queste terre arrivando ad ottenere un ottimo risultato attraverso un blend di uve prodotte da vitigni autoctoni ed internazionali.
La DOC stabilita con il DM 17/10/1994 e modificata successivamente con il DM 15/06/2011 consente la produzione del Montecarlo Bianco con uve Trebbiano Toscano (dal 30 al 60%) e uve Semillon, Pinot Bianco o Grigio, Sauvignon e Vermentino (dal 40 al 70%).
La versione rossa si ottiene invece con un blend di uve Sangiovese (dal 50 al 70%) e uve Cabernet, Cabernet Franc, Canaiolo, Colorino, Malvasia, Merlot ed altri autorizzati dalla regione toscana.
La lungimiranza dei produttori e la sperimentazione portata avanti studiando le caratteristiche del terroir e la resa dei vigneti autoctoni e quelli internazionali hanno consentito al Montecarlo di diventare un vino davvero interessante, ritagliandosi un suo spazio all’interno del panorama enologico toscano dominato dai giganti.
Francesco Redi (1626-1697), medico e letterato aretino così tratteggiò il vino bianco prodotto in questa zona:
Egli è il vero oro potabile,
Che mandar suole in esilio
Ogni male irrimediabile (…)

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