Casale del Giglio: tra passato e futuro

L’ascesa di Casale del Giglio tra le etichette più apprezzate è sotto gli occhi di tutti; prodotti con un buon rapporto qualità/prezzo uniti a una strategia marketing di successo, hanno reso celebre questo marchio sia in Italia che all’estero.

Era tanta la curiosità di conoscere da vicino l’organizzazione e la filosofia di questa azienda, così abbiamo deciso di organizzarci per una visita; Casale del Giglio si trova in località Le Ferriere, comune di Aprilia, una zona pianeggiante e a due passi dal mare.

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Arrivando in auto, poco prima di imboccare l’ampio vialone d’ingresso, alcune indicazioni  conducono al sito archeologico dell’antica Satricum: si tratta di una città di epoca pre romana risalente al IX secolo avanti Cristo. Proprio qui l’azienda vinicola sta sostenendo un progetto di studio in collaborazione con prestigiose istituzioni nazionali e internazionali: il legame con l’antica città è forte e idealmente rappresentato dal ritrovamento di un calice usato per bere vino, risalente al V secolo a.c.: i nomi di alcune etichette sono ispirati proprio a questo sito.
Qui, passato e futuro sono due parole molto importanti. La tradizione vinicola risale agli inizi del ‘900, quando ad Amatrice fu fondata la Ditta Bernardino Santarelli & Figli, specializzatasi nel mercato del vino. Dopo aver aperto diversi negozi “vini e oli” a Roma, negli anni ‘60 la famiglia acquista Casale del Giglio e intorno alla metà degli anni ‘80 dà vita a un ampio progetto di ricerca e sperimentazione, avvalendosi della collaborazione dei migliori ampelografi e ricercatori universitari per esplorare le potenzialità di una zona del tutto nuova sotto questo punto di vista.

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Il concept è semplice e allo stesso innovativo: si è puntato sulla ricerca per ottenere vini di qualità, in territori non tradizionalmente adibiti alla produzione, una netta cesura rispetto alla maggior parte della produzione italiana legata ad areali storici. Il modello di riferimento non è più quello dei grandi produttori e delle celebri etichette europee: al contrario, lo diventano i modelli di coltivazione in tutti quei territori dove la cultura del vino è recente e sviluppatasi grazie alle competenze dei migliori esperti, che hanno permesso di ottenere produzioni di altissima qualità in zone relativamente sconosciute al mondo vitivinicolo fino a qualche decennio fa, come per esempio l’Australia e la California che hanno in comune con Casale del Giglio la vicinanza con la costa. Altro riferimento è Bordeaux, che presenta similarità a livello di consistenza del terreno.  

La sperimentazione è stata imponente e condotta con rigore scientifico: a testimonianza di questa attività, durante la visita, si attraversa un lungo corridoio che conduce alla cantina dove sono visibili i risultati, riassunti nelle numerose bottiglie “prototipo” che raccontano le prove effettuate con tantissimi vitigni, nazionali e internazionali.

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La vista dal tetto, che spazia quasi a 360 gradi su infinite distese di filari, è sicuramente suggestiva ed è davvero piacevole visitare il laghetto naturale sorto proprio accanto al casale. Arriva però finalmente il momento della degustazione e la nostra scelta ricade su cinque etichette, due bianchi e tre rossi, tra cui naturalmente non può mancare il re dei vini di Casale del Giglio, il Mater Matuta.

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Tra i bianchi decidiamo di assaggiare il Petit Manseng e il Bellone, provando quindi un vino realizzato da un’uva internazionale (l’areale di riferimento è la Francia pirenaica) e uno prodotto con l’uva locale per eccellenza, il Bellone (che in queste zone può assumere la denominazione più gergale di Cacchione).

Siamo grandi estimatori del Bellone, l’Antium, che qui abbiamo assaggiato nella sua annata 2015: grande equilibrio e buona struttura, corroborata dalla macerazione sulle bucce che favorisce l’estrazione degli aromi.

Sorprendente il Petit Manseng 2014 che sta dando davvero buoni risultati, distinguendosi grazie una buona freschezza e una buona sapidità.

Per quanto riguarda i rossi, non potevamo non optare per lo Shiraz, grande classico di questa azienda. Migliore però, a nostro giudizio, il Cabernet Sauvignon, persistente e di gran corpo, sostenuto da un tannino vellutato.
Dulcis in fundo il top di gamma, il Mater Matuta: Syrah, di gran carattere, ingentilito dai suoi tannini dolci, con un tocco di Petit Verdot che irrobustisce corpo e struttura. Il nome deriva un’antica divinità italica protettrice della fertilità il cui culto era molto diffuso nell’Italia centrale. Questo vino si ricollega idealmente alla città di Satricum, descritta all’inizio del post, in quanto vi sorgeva un tempio dedicata alla dea.

Questo vino già da solo varrebbe il viaggio ed il tempo speso per la visita, se non fosse che Casale del Giglio è davvero un bel posto da scoprire. Alla fine, riprendendo la macchina e ripercorrendo il viale per andarsene, si ha davvero la sensazione di un luogo dove passato e futuro si compenetrano.

Cantina visitata il 15 luglio 2017

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