Il taccuino #4: il piacere della lettura, Mario Soldati

Se in tanti oggi scriviamo di vino e se il pubblico riconosce ormai una dignità letteraria all’argomento, lo si deve ad un ristrettissimo numero di intellettuali e scrittori che nel primo dopoguerra, pionieristicamente, iniziarono a raccontare questo mondo, inizialmente con un più ampio contesto sociale che abbracciava l’intera realtà contadina, quando l’agricoltura era ancora la prima e unica fonte di sostentamento per molte famiglie. 

E così, in questo periodo di belle e assolate giornate settembrine in cui la vendemmia è in in pieno svolgimento in tante zone d’Italia, è stato bello riprendere in mano un libro meraviglioso, scritto da colui che forse più di tutti ha contribuito a rendere il vino un genere letterario: per Mario Soldati, piemontese doc, ogni definizione sarebbe riduttiva vista l’ecletticità della sua carriera che lo vide regista, scenografo, scrittore, documentarista tv, storico dell’arte. Forse proprio per quest’ultimo aspetto, avendo in comune con lui gli studi universitari e la passione per la bevanda sacra a Dioniso, avverto molto il fascino di questa figura e spesso e volentieri mi immergo nei suoi libri e nei suoi documentari che trovo un inesauribile fonte di cultura, buon senso e prosa raffinata. 

Vino al Vino è un libro incredibile che racconta, con una meravigliosa fluidità di scrittura, il suo personalissimo viaggio in Italia, intrapreso in tre intervalli diversi a cavallo degli anni ‘60 e ‘70: a differenza di Goethe, Soldati era alla ricerca del vino genuino, con un’accezione del termine ovviamente modellata sui gusti dell’autore. O forse sarebbe meglio dire, proprio come il poeta tedesco alla ricerca della più alta espressione della cultura del popolo italiano. Cos’altro è il vino se non una delle massime manifestazione del genio di chi lo produce? Un po’ come l’arte.

Oggi siamo nel 2020 e il mondo del vino è stato totalmente rivoluzionato negli anni intercorsi da quel viaggio che è inutile star qui a elencare le varie innovazioni, sia tecniche che di pensiero, che hanno investito il settore enologico. Eppure, ed ecco spiegato l’uso dell’aggettivo incredibile, il racconto di Soldati presenta degli aspetti di tale modernità e freschezza che la lettura supera la malinconia per una civiltà contadina oggi scomparsa ma che molti ricollegano in qualche modo ai propri ricordi, magari dei nonni o dei genitori, e offre una serie di spunti di riflessione che rende quest’opera attuale e obbligatoria anche per un semplice amatore. 

Come ad esempio il rischio di omologazione del gusto che si corre inseguendo a tutti i costi i mutamenti del mercato, cosa che puntualmente sta accadendo soprattutto per quanto riguarda i rossi. E poi la regola d’oro, che personalmente cerco sempre di onorare, del cercare, per quanto possibile, di bere locale, cercando il vino che abbia viaggiato il meno possibile, discorso sacrosanto a maggior ragione se ci troviamo  in Italia, l’antica Enotria (terra del vino) per i greci, dove in ogni angolo trovi la qualità di qualche vitigno autoctono. 

Vino al Vino è un libro da tenere a portata di mano, da rileggere ogni tanto, da consultare prima di apprestarsi a intraprendere un qualche viaggio: è un ricco formulario di saggezza confezionato con una scrittura elegante e scorrevole, non privo di qualche anacronismo tecnico, ma sempre piuttosto attuale, preziosa testimonianza di una cultura enologica un po’ logorata dal tempo ma che non passa mai di moda e di cui tutti noi in qualche modo siamo i figli. 

Foto di Soldati esposta alla mostra su Sergio Leone all’Ara Pacis di Roma

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