Le Marche picene (II parte): Offida

Nell’ultimo post, vi avevamo raccontato della splendida chiesa di Santa Maria della Rocca e del misterioso Maestro d’Offida. Lasciandola, ci dirigiamo verso il centro di Offida, con l’obiettivo di assaggiare finalmente alcuni dei prodotti enologici del territorio.

Il cuore di questo borgo è la Piazza del Popolo: un vero e proprio salotto, la cui pianta triangolare rappresenta un’ elegante chicca urbanistica. Ogni suo elemento è in accordo con il contesto; su un lato vi si affaccia il Palazzo Comunale, probabilmente edificato a cavallo dell’XI e XII secolo e ingentilito da un rinascimentale portico del ‘400.

20170617_194639

Dall’altra parte, invece c’è la settecentesca collegiata di Santa Maria Assunta con la sua facciata ottocentesca caratterizzata dalla fusione di più stili, anche se tendenzialmente classicista.

Proprio di fronte la chiesa troviamo lo showroom dell’azienda vitivinicola Ciù Ciù, una delle più rappresentative di questo territorio e sede della nostra degustazione di oggi. Assaggiare buon vino in una graziosa scenografia architettonica è un privilegio tutto italiano, fortunatamente caratteristica della nostra meravigliosa penisola.

20170617_194646

All’interno veniamo accolti con estrema gentilezza e tutto si svolge in un’atmosfera molto cordiale, quasi casalinga. Ci viene introdotta la storia dell’azienda, fondata nel 1970 dalla famiglia Bartolomei, che oggi possiede più di 150 ettari di vigneti per lo più nelle colline intorno a Offida, luogo privilegiato per la coltivazione del Montepulciano: questo vitigno infatti ama la brezza proveniente dall’Adriatico che lambisce questi pendii, che hanno un’altezza media intorno ai 300 metri; senza il verificarsi di queste condizioni quest’uva rimane molto ostica e difficilmente darà risultati qualitativamente validi.

Pecorino e Passerina, oltre al già citato Montepulciano: sono i tre i vitigni autoctoni che accompagnano l’azienda dalla fondazione, in un’evoluzione che inizia dalla vendita di vino sfuso per affinarsi in maniera costante e crescente in un produzione di qualità che è quella che la caratterizza ora. Nel tempo, grazie ad un’intensa attività di sperimentazione, hanno aggiunto anche vitigni internazionali come il cabernet, il merlot e lo chardonnay che hanno dato dei buoni risultati.

Iniziamo questo viaggio all’interno dei sapori e delle sensazioni dei vini Ciù Ciù partendo proprio da un grande classico del territorio piceno che è il “Merlettaie”, annata 2015, un pecorino in purezza che rientra nella DOCG Offida Pecorino. Il nome deriva da una delle tradizioni più importanti e conosciute di Offida, l’arte del merletto a tombolo, tramandata per cinque secoli da madre a figlia: un omaggio al paese e alle sue donne per un vino di personalità, esaltato dal passaggio in botte di rovere, che ben rappresenta il territorio.

Tra i rossi, interessante il “San Carro” 2015, un blend di uve barbera (presente tra i vigneti dell’azienda fin dalla fondazione), sangiovese e merlot; piacevole il Rosso Piceno Superiore “Gotico” del 2013, con il suo lungo finale fruttato e il suo buon corpo.  

Molto convincente secondo noi è l’Offida Rosso “Esperanto” che abbiamo assaggiato nella sua annata 2010. Si tratta di un elegante incontro tra Montepulciano, vitigno che come abbiamo visto è nella tradizione di questo territorio, e Cabernet Sauvignon, ricco del suo fascino internazionale. E’ un vino quindi che seduce già nel suo concept ma che non delude all’analisi organolettica, con il suo ampio panorama di profumi e la sua imponente architettura gustativa, equilibrata, rotonda e di gran corpo.

Molteplici sono le suggestioni che evoca rispecchiando d’altronde un territorio dove il panorama può cambiare radicalmente in poco spazio, sfumando dalla maestosità delle montagne fino alla morbide onde dell’Adriatico.

Ringraziamo quindi l’Azienda Ciù Ciù per l’accoglienza e certamente torneremo presto in questa meravigliosa regione.

 

Offida, visitata il 18 giugno 2017

Annunci

Le Marche picene (I parte): Offida

La varietà di paesaggi che le Marche possono offrire ad un viaggiatore, rispecchiando la declinazione al plurale del nome, può essere sorprendente: da nord a sud lo scenario cambia, anche notevolmente, offrendo continuamente nuovi orizzonti e nuove peculiarità, con l’unica costante del bello. Si tratta di una regione particolare perché priva di un grande agglomerato urbano, ma con diversi centri medio-piccoli che hanno avuto un loro florido sviluppo in campo culturale ed economico (ricordiamo che il Made in Italy deve molto alle Marche!).

E’ una regione che racconteremo spesso in questo blog, ma per iniziare questo viaggio, partiamo dai morbidi pendii che caratterizzano il territorio tra la città di Ascoli e il mare Adriatico, una delle zone privilegiate della cultura enologica marchigiana, per qualità di produzione e per bellezza del paesaggio. Uno dei centri principali è Offida, cuore della viticoltura marchigiana e sede di una delle due enoteche regionali (l’altra è a Jesi). L’istituzione della DOCG Offida premia gli sforzi dei viticoltori locali nel credere nei due principali vitigni autoctoni della zona: pecorino e passerina. La denominazione si estende anche all’Offida Rosso, un intrigante vino base di Montepulciano (almeno per l’85%), a cui possono essere aggiunti altri vitigni a bacca rossa, principalmente il Cabernet Sauvignon.

Dal punto di vista del paesaggio, è un territorio meraviglioso, dove vigne e uliveti si estendono a perdita d’occhio, tra il mare e le sagome maestose del Gran Sasso in lontananza e del Vettore.

Questa terra è intrisa di storia e legata ad un popolo, quello dei Piceni, che abitarono qui fin dal 1000 a.c.: la leggenda narra che vi si stabilirono seguendo la migrazione di un uccello sacro, il picchio, ancora oggi simbolo di tutto il territorio.

Per la sua connotazione urbanistica storica perfettamente conservata, ancora protetta dalle  mura risalenti al XV secolo, Offida è iscritta tra i borghi più belli d’Italia: tra la ricca offerta culturale che il paese propone, la visita potrebbe iniziare da quello che è il suo gioiello artistico, la chiesa di Santa Maria della Rocca.

Offida 1

L’edificio, databile intorno al 1330, sorge in un luogo già di per sé suggestivo, su uno sperone di roccia, con tre lati a strapiombo tra le valli del Tronto e del Tesino. Qui, su una preesistente chiesetta benedettina di origine longobarda è stata ricostruita la chiesa attuale in laterizio, secondo uno stile che può essere considerato una commistione, non rara in provincia, tra romanico e gotico. L’imponenza dell’esterno è mitigata dalla ritmicità delle eleganti lesene, mentre l’interno a navata unica è alleggerito dall’arco a sesto acuto che separa l’abside dal resto della chiesa. Proprio nell’abside trova spazio la decorazione pittorica della chiesa, opera di un artista di cui non si conosce il nome ma che è noto come il Maestro di Offida.

Ovviamente sono nulle le notizie biografiche su questo ignoto pittore, che deve il suo appellativo proprio a questo ciclo di affreschi, considerato il suo capolavoro; l’arco cronologico in cui si svolse la sua carriera si estende all’incirca dal quarto al settimo decennio del XIV secolo e la sua area di azione è abbastanza ampia per l’epoca considerando l’attribuzione al suo catalogo di un trittico nella chiesa di Santa Maria della Rebatana a Tursi, in Basilicata.

Negli ultimi anni sono stati numerosi i contributi da parte di storici dell’arte per cercare di svelarne l’identità; allo stato attuale, sembrerebbe molto accreditata l’ipotesi di riconoscere in lui il pittore abruzzese Luca da Atri. Ma al di là di chi fosse stato veramente, anche se scoprirlo con certezza sarebbe un bel passo avanti per lo studio della cultura artistica di queste parto, il Maestro di Offida si distingue per la qualità del suo lavoro, una sintesi tra l’insegnamento di Giotto, appreso tramite la diffusione dello stile del maestro fiorentino in area adriatica a seguito al suo soggiorno a Rimini, con lo stile cortese predominante (gotico internazionale) all’epoca e che è visibile anche nel ciclo decorativo qui a Offida: le storie dei Santa Caterina di Alessandria e di Santa Lucia, l’Incoronazione della Vergine e la Crocifissione sono dipinte con un accento realistico, di stampo giottesco, ma con una resa dei dettagli e una ricchezza di particolari che richiama gli interessi delle corti.

Offida 2.jpg

Usciti da questo luogo, i pochi passi necessari ad arrivare fino alla bellissima (nonché di insolita forma triangolare) Piazza del Popolo, servono a riflettere ancora qualche minuto sulla suggestione derivante dalla visita e, perché no, sull’identità di questo artista che rimane tutt’oggi avvolto nel mistero. Arrivati in centro però, è vivamente consigliato ristorarsi godendo dell’altra grande tradizione di Offida, quella enologica: d’altronde già arrivando in macchina, ci si accorge che il paese è letteralmente circondato da vigne.

La nostra scelta questa volta è ricaduta un locale che si affaccia proprio sulla piazza, gestito, con grande cortesia e competenza, dall’Azienda Vitivinicola Ciù Ciù, uno dei produttori che più ha investito e creduto nelle potenzialità di questo territorio.

20170617_194639

La prossima settimana, mentre voi ragionate sull’identità del Maestro d’Offida, vi racconteremo la degustazione e i vini che abbiamo assaggiato…(continua)

 

 

Non di così rozzo calice sei degno, ma di Berti in oro

Salve, affacciata al tuo balcon di poggi

tra Bertinoro alto ridente e il dolce

pian cui sovrasta fino al mar Cesena

donna di prodi,

salve, chiesetta del mio canto! A questa

madre vegliarda, o tu rinnovellata

itala gente da le molte vite,

rendi la voce de la preghiera: la campana squilli

ammonitrice : il campanil risorto

canti di clivo in clivo a la campagna

Ave Maria

20170603_174943

Queste poche strofe, prese in prestito da Giosuè Carducci, introducono la storia di questo breve articolo, legata alla viticoltura romagnola e ad uno dei suoi centri di eccellenza: Bertinoro, luogo di produzione di Sangiovese di qualità ma soprattutto culla del migliore Albana, nella sua duplice versione secco e passito.

Che il vino sia una presenza che si percepisce in ogni angolo di questo splendido borgo, sulle colline tra Cesena e Forlì, è evidente fin dal toponimo, che una tradizione popolare fa risalire addirittura a Galla Placidia, la quale, parlando del vino locale, disse: Non di così rozzo calice sei degno, o vino, ma di berti in oro. Che l’augusta imperatrice abbia realmente pronunciato questa frase, poco importa: la vox populi rimane significativa testimonianza dell’antica vocazione enologica di di questa zona, tanto che qui è stato collocato, caso più unico che raro, addirittura un monumento dedicato al vignaiolo.

dc39c3dc4534

Carducci fu un assiduo frequentatore di Bertinoro e un grande amante del suo vino, trascorrendo le sue serate all’Osteria della Serafina, storico locale di questa cittadina, tuttora esistente, anche se con una sede diversa.

Ma non è lui il protagonista della nostra storia, che questa volta è legata al nome del blog, thediwinecomedy. I versi sopra riportati sono infatti presi dalla poesia La chiesa di Polenta, composta nel 1897 e inserita nella raccolta Rime e ritmi che, alludendo a una leggenda popolare, riguarda il più famoso poeta italiano: Dante Alighieri.

Nel corso dei secoli si è infatti alimentata la credenza che il sommo poeta, ospitato dai Polenta di Ravenna durante il suo esilio da Firenze, avesse soggiornato anche a Bertinoro, nel castello, ora distrutto, della famiglia sua protettrice. Non ci sono documenti che attestino la veridicità della sua presenza tra queste colline romagnole, certo è che la suggestione ebbe molto successo, al punto che Carducci nella poesia si domanda: forse qui Dante inginocchiossi?

La stessa immagine di Dante raccolto in preghiera è stata usata nel 1889 (prima di Carducci) da Aurelio Saffi che, presiedendo l’adunanza del consiglio provinciale e dovendo esprimersi a favore dello stanziamento di risorse per il restauro della chiesa, esortò i suoi colleghi dicendo: quale italiano non vorrà conservata e onorata una chiesa dove Dante pregò?

Ma i richiami danteschi non finiscono qui. La leggenda racconta che anche Francesca (da Polenta) si ritirasse qui in preghiera, prima di trovare la propria tragica, e romantica, fine insieme al suo Paolo, nel castello di Gradara (V canto dell’Inferno).

Stiamo parlando di una piccola chiesa di campagna in stile romanico, intitolata a San Donato, che si trova a Polenta, frazione di Bertinoro. La pieve era già attestata in alcuni documenti del X secolo, anche se il suo aspetto si è man mano modificato nel corso dei secoli e in particolare nel XVIII. L’esterno è caratterizzato da una semplice facciata romanica, dove si alternano fasce in pietra e altre in mattoni rossi. L’assetto attuale è quello di una basilica a tre navate e tre absidi a forma cilindrica con presbiterio rialzato.
La suggestione provocata dagli echi danteschi, compensano la semplicità di questo edificio e ne fanno un luogo meritevole di una visita dedicata.

Ma ancora più antico della chiesa di Polenta, è il vitigno autoctono di questa zona, l’Albana, la cui coltivazione è documentata già 1500 anni fa; probabilmente conosciuto e introdotto in zona dai romani che conferirono il nome a questa eccellente uva bianca (albana appunto).

L’Albana di Romagna è stato il primo vino bianco ad ottenere la denominazione DOCG, nel 1987, sia nella versione secco che in quella passito, e tra i diversi biotipi esiste il Gentile di Bertinoro che rappresenta una delle migliori espressioni di questa qualità.

20170603_164841

Ad onor del vero, la denominazione del 1987 non è stata garanzia di successo, secondo qualcuno il disciplinare era troppo morbido e le rese permesse per ettaro erano troppe alte, a discapito della qualità del vino. Fortunatamente l’evoluzione di questa regione negli ultimi anni in campo enologico e il conseguente orientamento verso la ricerca di prodotti sempre migliori sta avendo successo e finalmente anche i produttori, con quelli di Bertinoro in prima fila, stanno proponendo sul mercato bottiglie davvero interessanti. Magari da proporre anche per l’estate nella vicinissima riviera romagnola, centro turistico all’avanguardia, insieme a del buon pesce locale, o semplicemente come aperitivo. Immaginando magari il sommo poeta, uscito dalla chiesa di Polenta, concedersi un pò di relax con un buon bicchiere di Albana di Bertinoro.

Una tartaruga tra le colline del Sagrantino

Di nuovo in Umbria e di nuovo nella zona del Sagrantino; l’ultima volta avevamo scritto del magnifico ciclo di affreschi quattrocenteschi di Benozzo Gozzoli, in questo caso di un affascinante (e ben riuscito) esempio di interazione tra arte contemporanea e vino, un legame che si sta facendo via via sempre più stretto.

Lungo la strada tra Montefalco e Bevagna, attraversando le colline dolci e rigogliose di quella zona, l’attenzione viene catturata improvvisamente da un enorme dardo rosso conficcato nella terra. Non è un’installazione o una performance contemporanea ma una scultura: appartiene ad un innovativo progetto enologico ai confini tra land art e architettura.

IMG-20170503-WA0003

In un primo momento risulta difficile cogliere il nesso tra il dardo e la distesa di vigneti, ma se si parte da elementi semplici si arriva presto a una deduzione: l’elemento scultoreo è rosso come il vino che si produce in queste terre, come il Sangiovese, come il Sagrantino.

Man mano che ci si avvicina al dardo, il paesaggio ci svela qualcosa in più: un gigantesco guscio di tartaruga mimetizzato tra le colline.

Dietro questa costruzione c’è la famiglia Lunelli che, produttrice vinicola trentina, già proprietaria del marchio Ferrari e della tenuta toscana di Podernovo, innamoratasi di queste colline, nel 2001 acquista 30 ettari di terreno vitati facendo nascere la Tenuta di Castelbuono.

La bellezza è un valore da condividere sempre ma per essere trasmessa, necessita di uno strumento, potente ed universale come l’arte.

Per questo motivo viene chiamato lo scultore italiano contemporaneo, tra i più noti al mondo, Arnaldo Pomodoro e gli viene affidato questo progetto: la realizzazione di una cantina vinicola che fosse simbolo della tenuta, in poche parole un vero land mark.

20150519_190733

La struttura ha l’aspetto di una tartaruga ed è chiamato significativamente Carapace: le forme rotonde e sinuose richiamano le colline circostanti, il colore caldo del rame ricorda la terra, tutto è creato nel rispetto dell’ambiente circostante; la copertura della cantina, ossia il carapace della tartaruga, simboleggia la stabilità e la longevità del vino prodotto.

È il contenente che rispetta il contenuto.

Con un messaggio chiaro: come la tartaruga è un animale lento, dalla corazza dura e che vive molto a lungo, il vino prodotto dalla tenuta ha bisogno di tempo per essere degustato, è strutturato, ha carattere e con la giusta quantità di anni diventa ancora più buono.

Il Carapace è una scultura dove si lavora e si vive, oltre ad essere sintesi perfetta e concreta di natura e arte, ma ad ogni modo è il vino ad essere sempre il protagonista.

I vini prodotti dalla cantina sono tutti inevitabilmente legati al territorio: il Carapace (Sagrantino) dal nome della cantina stessa, il  Lampante (Montefalco Riserva DOC, 18 mesi in tonneaux e in botte grande) che richiama il dardo rosso e lo Ziggurat (Montefalco DOC) che nella lingua assiro babilonese è “ciò che è posto in alto rispetto alla terra” indica che la cantina è trait d’union fra cielo e terra.

IMG-20170503-WA0002

La qualità dei prodotti è elevata (forse il Montefalco Riserva si fa preferire per rapporto qualità prezzo) e consente alla tenuta di raggiungere un risultato straordinario: promuovere nuove forme d’arte perfettamente integrate nel tessuto ambientale del luogo realizzando vini di alto livello. Si tratta in definitiva di un vero e proprio modello destinato ad essere preso come esempio virtuoso e riproposto, auspichiamo, sempre più spesso in futuro.

L’eredità culturale ed enologica della “Madama” a Ortona

ZuccariL’Abruzzo è un luogo sorprendente, l’ideale per concedersi un momento di relax: una natura meravigliosa ed indomita, una cultura enogastronomica di primo livello e un patrimonio storico-artistico interessante e mai scontato che rispecchia la complessità degli eventi storici che si sono succeduti nel tempo in una terra che è stata di confine (tra lo Stato Pontificio e il Regno di Napoli).

Così può capitare che una visita ad Ortona, piccola cittadina sulla costa adriatica in provincia di Chieti, possa rivelarsi un piacevole momento in cui degustare un bicchiere di vino, all’ombra di un palazzo progettato da uno dei più grandi architetti del ‘500 grazie a una famosa nobildonna, figlia dell’imperatore “sul cui impero non tramonta mai il sole”.

MargarethevonParma01

E’ una storia con la S maiuscola quella che Ortona racconta: il sovrano in questione è ovviamente Carlo V d’Asburgo (cui la frase viene generalmente attribuita) e la nostra eroina è sua figlia Margherita d’Austria, meglio conosciuta come la Madama che molto si adoperò per la cultura e per la produzione vinicola delle sue terre. Ora, come la vicenda di questa principessa di padre austro/spagnolo e di madre olandese, si intersechi con quella dell’Abruzzo, e di Ortona in particolare, è una di quelle congiunture storiche particolari di cui l’Italia è piena. Per una serie di circostanze dovute alle strategie di alleanze politiche, Margherita si ritrovò prima a sposare un Medici, Alessandro, da cui eredita il palazzo romano di famiglia, oggi sede del Senato della Repubblica, che da lei oggi prende il nome di Palazzo Madama. Questa unione durò però poco più di anno, Alessandro venne presto assassinato in una faida interna a Firenze e lei andò in sposa a Ottavio Farnese, appartenente a una famiglia in ascesa e che poteva vantare un suo membro sulla cattedra di Pietro, papa Paolo III Farnese.

Ed è proprio questo il matrimonio che ci porta in Abruzzo.

L’ascesa della famiglia ebbe infatti come naturale conseguenza l’acquisizione di nuove terre nell’ottica di una politica espansionistica volta ad aumentare ricchezza, potere e prestigio. Diversi erano i feudi che i Farnese possedevano in Abruzzo e furono proprio quelli che Margherita scelse per i suoi ultimi anni, dopo aver girato l’Europa e aver ricoperto incarichi politici nelle Fiandre.

La Madama si stabilì inizialmente a Leonessa, Cittaducale e l’Aquila, dove pure è presente un Palazzo Farnese, ma quando la famiglia acquistò Ortona nel 1582, vi si trasferì definitivamente trascorrendovi gli ultimi anni di vita. L’esigenza di una dimora appropriata al suo rango la spinse a chiamare uno dei migliori architetti in circolazione, tra i più celebrati a Roma: Giacomo della Porta, la cui fama era all’apice in quel momento grazie alle magnifiche imprese che stava realizzando nella città eterna come Palazzo Chigi di piazza Colonna, la facciata della Chiesa del Gesù e diverse bellissime fontane realizzate a piazza Navona e piazza Mattei (la Fontana delle Tartarughe). Fu anche l’architetto che completò la cupola di San Pietro progettata da Michelangelo: un curriculum che oggi definiremmo impropriamente da “archistar”.

20160709_120232

L’edificio, che sorge su un piccolo colle sul mare, oggi si discosta parzialmente dal progetto iniziale di Della Porta. A causa di alcuni lavori nelle strade circostanti, nell’800 crollò la parte verso il mare, quella con il grande portone d’accesso, sostituita da un’aggiunta posticcia, mentre all’interno, a causa dei vari passaggi di proprietà e delle diverse destinazioni d’uso del palazzo, molti elementi sono stati modificati.

Anche nell’assetto rimaneggiato di oggi rimane comunque innegabile il fascino di quest’opera architettonica che echeggia in maniera originale le istanze più avanzate delle tendenze artistiche in voga nella Roma di fine ‘500.

Ma come accennato in precedenza, l’impronta della Madama a Ortona non si esaurisce nello splendido palazzo ma anche tra i vigneti delle sue colline. Margherita, dotata di grandi capacità imprenditoriali, insieme al marito Ottavio si interessò concretamente alla produzione vinicola delle sue terre, ottenendo risultati lusinghieri tanto che i suoi vini finirono sulla tavola delle più importanti corti europee, dando così il via ad un’importante tradizione enologica.

Forte di questo retaggio, negli ultimi anni Ortona sta vivendo una nuova fase di rinascita, frutto soprattutto del lavoro di un’azienda, la Fantini by Farnese, la cui cantina principale si trova al quattrocentesco Castello Caldora proprio per dare una continuità alla storia vinicola di questi territori.

Uno dei prodotti più interessanti è l’Edizione Cinque Autoctoni, un blend di uve Montepulciano, Primitivo, Sangiovese, Negroamaro e Malvasia Nera (le percentuali possono variare a seconda dell’annata).

E’ un vino di grande appeal già a livello visivo caratterizzato nel bicchiere da un affascinante luminoso rubino molto compatto. Più che intenso è il profumo al naso, inizialmente di mora e ciliegia che lasciano poi spazio alle erbe aromatiche, alla speziatura (in particolare cannella e chiodi di garofano), alla tostatura ed infine ad un lieve tocco minerale. All’assaggio la morbidezza conquista immediatamente ma risulta ottimamente bilanciata da una buona freschezza, sorretta anche da un tannino vellutato. Molto persistente la sua presenza nel cavo orale.

Questo vino unisce storia e innovazione, un blend di vitigni autoctoni italiani coraggioso e allo stesso tempo vincente che definisce un prodotto ben saldo nella tradizione vitivinicola abruzzese, ma risulta proiettato verso il futuro rivaleggiando sul mercato internazionale con competitor ben più noti ma non per questo migliori.

La figura di Margherita d’Austria è ricordata in diverse zone del centro Italia, alcune delle quali prendono da lei il nome, come ad esempio il Lago della Duchessa o Castel Madama. Ogni anno sono diverse le rievocazioni storiche allestite nei piccoli borghi dove si celebra il suo passaggio; e non mancano nemmeno le bottiglie di vino come quella prodotta dalla Tenuta Colfiorito, proprio a Castel Madama, chiamata significativamente “1538 Donna Margherita”, alludendo all’anno in cui visitò per la prima volta questo paese a pochi chilometri da Roma.

Tuttavia è proprio a Ortona che la Madama ha lasciato la sua eredità più importante, in quel fazzoletto di terra incastonato tra il mare che lei poteva guardare dal suo palazzo e i vigneti rigogliosi sulle colline, in un connubio di elementi molto lontani dalla pomposità e lo sfarzo della corte imperiale ma forse più più assonanti con un’anima appassionata di cultura e bellezza come fu quella di Margherita.

Donna Franca Florio, Boldini e la “belle epoque” del Marsala

Uno degli scopi di questo blog è mostrare come il filo dell’arte a volte possa intrecciarsi con quello del vino tessendo storie di grande fascino, magari da ricordare davanti ad un buon bicchiere, in questo caso di buon marsala.

In questa calda primavera romana è in corso presso il complesso del Vittoriano, fino al 16 luglio 2017, un’interessante mostra su Giovanni Boldini.

Pittore ferrarese, fra i più importanti protagonisti della Belle Époque, frequentò il Caffè Michelangelo a Firenze dove conobbe i macchiaioli le cui suggestioni caratterizzarono la sua prima maniera; poi in un susseguirsi di viaggi visita Napoli, Montecarlo, Londra e finalmente Parigi. L’estero sarà infatti per lui soprattutto la Ville Lumière, teatro dei grandi incontri e delle occasioni per il successo.

Da Napoli a Catania, da Parigi a Londra, Boldini è il pittore della pennellata veloce e rapida, della “sciabolata”. A volte i colori che usa sulla tavola o sulla tela sono sfumati e a volte sono corposi ma quello che ama ritrarre sono le donne. È in continua contemplazione nei confronti dei soggetti femminili dei quali coglie ogni sfumatura: dalla sensualità alla dolcezza, dall’intelligenza alla riservatezza.

La mostra si sviluppa attraverso una serie di incantevoli ritratti, seguendo un ordine cronologico che parte dalle prime esperienze fino ad arrivare al nucleo principale relativo all’esperienza parigina, città adottiva di Boldini. Nella capitale francese divenne famoso come ritrattista delle ricche donne esaltando al massimo l’eleganza, la ricchezza, la raffinatezza e il buon gusto di fine ‘800 ma senza aderire in particolare a nessun movimento artistico.

Ma tra le molte – e splendide – figure femminili presenti, ce n’è una che spicca sulle altre, una “regina” tale da essere stata scelta come immagine principale dagli organizzatori dell’evento: si tratta infatti di Donna Franca Florio, una delle donne più belle della sua epoca, tanto che addirittura D’Annunzio, uno che se ne intende, la chiama evocativamente l’Unica.

Donna Franca Jacona della Motta dei baroni di San Giuliano è la moglie di Ignazio Florio, nipote di Vincenzo, fondatore dell’impero di questa famiglia siciliana il cui nome è da quasi duecento anni – tra le altre cose – sinonimo di uno dei prodotti enologici italiani più importanti che è il marsala. La fondazione delle cantine Florio a marsala risale infatti al 1829 e per molti decenni questo vino liquoroso rivaleggiò sul commercio internazionale, soprattutto britannico, con Sherry e Porto.

Nella primavera del 1901 l’industriale ospita Boldini nella sua casa a Palermo commissionandogli un ritratto della moglie: nonostante il dipinto vada ad esaltare la donna nella sua bellezza, eleganza e prestigio, il pittore ne esegue una seconda versione.

Per moltissimo tempo si è creduto che a causa delle “gambe scoperte sotto il ginocchio e un’ampia scollatura” Ignazio Florio, avesse rifiutato il lavoro del 1901, e preteso una rappresentazione meno sensuale della moglie (1903), ma non essendo apprezzata da Donna Florio si fosse tornati al progetto iniziale.

Grazie a studi più recenti si è giunti a due importanti scoperte: la prima è che il dipinto nella sua versione originale non era irriverente e non venne ridimensionato a semplice ritratto di gentildonna per la gelosia del marito. Era un’elaborazione impeccabile e rispondeva ai canoni del committente; quello che non era chiaro era il pagamento. Boldini, ormai famoso, chiedeva generose ricompense ma Ignazio, di contro, faceva fatica ad accontentare i suoi creditori: sembra che Donna Florio venne per dispetto modificata in donna più lasciva, provocando la rabbia del consorte.

Le versioni quindi non sono due ma è una sola (anche se ripensata tre volte). A testimoniarlo sono le tre firme e le tre date trovate sulla tela sottoposta a riflettografia.

Boldini_-_Franca_Florio

In realtà quando Boldini visita Villa Florio, gli affari della famiglia vanno a gonfie vele. Investimenti di successo in diversi settori, una flotta commerciale da fare invidia a quella della marina italiana e un lusso sfrenato, insomma un mondo dorato. Lo stesso colore che caratterizza il vino che scorre nei bicchieri e riempie le botti nelle cantine delle aziende Florio.

Il marsala è un vino liquoroso, prodotto aggiungendo altro alcol (spesso distillati) al vino ottenuto con le tradizionali uve bianche siciliane quali Ansonica (o Inzolia), Catarratto, Grillo e altri ancora. Uve locali per un vino che deve però la sua origine agli inglesi, grandi amanti di questa tipologia:  infatti fu il mercante inglese John Woodhouse che nel XVIII secolo, durante una sosta forzata a Marsala, causata di una tempesta, ebbe modo di assaggiare il vino locale e, innamoratosene, di acquistare diverse botti da spedire verso la madre patria. L’unica accortezza fu aggiungere un pò di acquavite per stabilizzare il tutto durante il trasporto: ecco qui l’invenzione del marsala.

A partire da quel momento iniziò un periodo di grande successo per il marsala, che divenne ben presto agguerrito competitor dei più noti Porto e Sherry, arricchendo i lungimiranti che decisero di investirci. La sua progressiva espansione sul mercato internazionale crebbe con ritmi decisamente alti, facendo la fortuna di produttori e commercianti: i Florio.

Ricchi, ricchissimi, Ignazio e Franca Florio erano una coppia da sogno, protagonisti assoluti della mondanità e della Belle Epoque palermitana quando Boldini li conobbe.

Ma da questo momento iniziò un periodo di declino che non solo colpì la famiglia, che di lì a poco per una serie di strategie commerciali poco oculate arrivò a perdere tutto, ma anche per il vino stesso.

Infatti se da una parte la famiglia perse tutte le fortune che avevano accumulato, dall’altra il marsala fu vittima di produttori senza scrupoli che, per sfruttare la fama internazionale di questo prodotto, iniziarono a limarne la qualità facendo arrivare questo vino a livelli inaccettabili di mediocrità, avvantaggiati anche dal fatto che non esisteva un disciplinare che lo tutelasse. Così, mentre Sherry e Porto, che già erano stati dotati di ferree regole di produzione all’inizio dell’800, il marsala iniziò un rapido declino causato dall’immissione sul mercato di un prodotto scadente, addirittura aromatizzato all’uovo, alla mandorla e così via.

Negli anni ‘80 del secolo scorso fortunatamente l’intervento legislativo ha provato a porre rimedio per riportare questo vino ai fasti del passato, istituendo la DOC e imponendo un disciplinare più rigido. Purtroppo però i danni causati in passato sono stati così profondi che ci vorrà ancora del tempo prima che si recuperi il terreno perduto, anche se in commercio è possibile oggi trovare dei marsala eccellenti.

E il dipinto in mostra attualmente a Roma?

È il più importante dipinto di Boldini sul mercato internazionale, è l’unica tela a grandezza naturale di questo soggetto, non ne esistono altre. Boldini rappresenta con grazia e leggerezza la sua figura avvolgendola nel suo vestito in un vortice di nero e grigio che sembra sollevarla; e sarebbe stato sicuramente così se non ci fosse stata la sua sensualità, quasi tangibile, ad ancorarla alla realtà e il volto illuminato da una luce, che sembra quella abbagliante della sua epoca, di cui fu straordinaria protagonista, a riscattarla per sempre dall’oblio.

Passeggiando sulle mura di Lucca con vista sulle colline e su…Montecarlo!

 

(…) Dentro nel claustrale transetto
come dentro un acquario, son di marmo
rassegnato le palpebre, il petto
dove giunge le mani in una calma
lontananza. Lì c’è l’aurora
e la sera italiana, la sua grama
nascita, la sua morte incolore.
Sonno, i secoli vuoti: nessuno
scalpello potrà scalzare la mole
tenue di queste palpebre.
Jacopo con Ilaria scolpì l’Italia
perduta nella morte, quando
la sua età fu più pura e necessaria.

Nell’ampio e meraviglioso panorama offerto dalla Toscana, eccellenza italiana sia in ambito artistico che enologico, Lucca e le colline lucchesi rappresentano un territorio affascinante, un po’ meno conosciuto ma meritevole di essere visitato e scoperto.
Uscendo dalla stazione ferroviaria si rimane immediatamente colpiti da uno dei simboli della città: le imponenti mura che racchiudono l’abitato sono immediatamente visibili. Il valore storico è notevole, basti solo pensare che si tratta, in Europa, della seconda cinta muraria per lunghezza, costruita “alla moderna” e integralmente conservata, dopo quella di Nicosia a Cipro.
Le fortificazioni “alla moderna” sono quelle costruite a partire dal XV secolo e progettate per resistere agli assalti degli eserciti che iniziavano a dotarsi di artiglieria.
Le mura di Lucca non hanno però di fatto mai esercitato questa funzione: nel tempo questa imponente costruzione ha cambiato il senso stesso del suo esistere e da strumento di difesa è diventato un punto di ritrovo per generazioni di lucchesi e turisti dove incontrarsi, camminare o magari fare sport. Infatti lungo un tracciato di circa 4,3 chilometri si è sviluppato un bellissimo camminamento nel verde, accessibile da più punti.
La conversione di questa struttura militare in passeggiata si deve a Maria Luisa di Borbone-Spagna, Duchessa di Lucca tra il secondo e terzo decennio dell’Ottocento.
Lucca, per secoli repubblica indipendente, perse la sua autonomia solo in seguito all’epopea napoleonica e alla conseguente annessione al Granducato di Toscana nel 1847.
Attraversando una delle sei porte di accesso alla città si scopre un luogo ricco di tesori artistici: il Palazzo Ducale, il Duomo di San Martino, le altre numeroso chiese e, più recentemente, il centro culturale creato dalla Fondazione Carlo Ludovico Ragghianti.
Secondo me però, quello che rende indimenticabile la visita in questa città è “l’incontro” con Ilaria Del Carretto, la ragazza introdotta da Pasolini all’inizio di questo post, con i versi presi dalla poesia Appennino. La storia è abbastanza nota, giovanissima andò in sposa a Paolo Guinigi, signore di Lucca tra il 1400 e il 1430, e altrettanto giovanissima morì, a soli 26 anni nel 1405 nel fiore della sua bellezza.
Fortunatamente, come sempre accade in questi casi, ci pensò un grande artista a renderla immortale. Guinigi chiamò infatti dalla vicina Firenze lo scultore Jacopo della Quercia e gli commissionò un monumento funebre per la moglie: il risultato fu strabiliante.

Ilaria

Questa opera d’arte è uno dei manufatti chiave della transizione tra l’arte tardogotica e quella rinascimentale, una sintesi tra il plasticismo degli scultori borgognoni e le nuove istanze classiche rinascimentali.
Ma soprattutto è un ritratto dolcissimo di una giovane ragazza, che continua ancora oggi ad emozionare come poche altre opere. Riccamente vestita e con i capelli acconciati alla moda dell’epoca, Ilaria giace come addormentata, con la testa delicatamente appoggiata su due cuscini. Il malinconico contrasto tra la bellezza del suo viso, così ben caratterizzato dallo scultore, e la fredda realtà della morte non può non far vibrare la sensibilità di chi la guarda. Ad amplificare questa sensazione, la straordinaria resa del cagnolino, simbolo di fedeltà coniugale, che guarda affettuosamente la padrona come in attesa di un suo risveglio.
La scultura si trova nella sagrestia del Duomo di San Martino, una visita è caldamente consigliata.
Lucca sorge in una posizione molto favorevole da un punto di vista enologico. A pochi chilometri di distanza verso occidente c’è il mare, mentre alla sue spalle il terreno declina dolcemente in collina e poi nell’appenino tosco emiliano che la divide dal territorio modenese e dalla Pianura Padana.
In questa zona c’è una DOC interessante che è quella del Montecarlo, dal nome di uno dei paesi dove viene prodotta, nelle sue versioni bianca e rossa. Fanno parte della DOC anche parti dei comuni di Altopascio, Capannori e Porcari.
Montecarlo fu fondato nel 1333 sul colle del Cerruglio dove sorge l’omonima fortezza. La sua edificazione si rese necessaria per accogliere la comunità del borgo che sorgeva ai piedi del colle, distrutto dai fiorentini, e che aveva un nome evocativo: Vivinaia, che significava “passaggio della via del vino”.
L’esistenza di questa via testimonia la vocazione vitivinicola della zona fin dal medioevo, e il vino di Montecarlo, soprattutto nella sua versione bianca a base di trebbiano, riscosse un notevole successo visto che arrivò addirittura alla corte di papa Gregorio XII (1335-1417) che lo apprezzò così tanto da ordinare il rifornimento costante delle cucine pontificie.
Questo vino è il risultato della lungimiranza dei produttori di questa zona che già alla fine del XIX secolo, importarono dalla Francia alcuni vitigni per iniziare a sperimentare la loro resa in queste terre arrivando ad ottenere un ottimo risultato attraverso un blend di uve prodotte da vitigni autoctoni ed internazionali.
La DOC stabilita con il DM 17/10/1994 e modificata successivamente con il DM 15/06/2011 consente la produzione del Montecarlo Bianco con uve Trebbiano Toscano (dal 30 al 60%) e uve Semillon, Pinot Bianco o Grigio, Sauvignon e Vermentino (dal 40 al 70%).
La versione rossa si ottiene invece con un blend di uve Sangiovese (dal 50 al 70%) e uve Cabernet, Cabernet Franc, Canaiolo, Colorino, Malvasia, Merlot ed altri autorizzati dalla regione toscana.
La lungimiranza dei produttori e la sperimentazione portata avanti studiando le caratteristiche del terroir e la resa dei vigneti autoctoni e quelli internazionali hanno consentito al Montecarlo di diventare un vino davvero interessante, ritagliandosi un suo spazio all’interno del panorama enologico toscano dominato dai giganti.
Francesco Redi (1626-1697), medico e letterato aretino così tratteggiò il vino bianco prodotto in questa zona:
Egli è il vero oro potabile,
Che mandar suole in esilio
Ogni male irrimediabile (…)

Montefalco, tra Benozzo e Sagrantino nell’eco di Francesco

Montefalco, Benozzo pinse a fresco
giovenilmente in te le belle mura
che di amor per ogni creatura

viva, fratello al sol come Francesco.

Dolce come sul poggio il melo e il pesco,
chiara come il Clitunno alla pianura,
di fiori ed acqua era la sua puntura,
beata del sorriso di Francesco.

Continua a leggere “Montefalco, tra Benozzo e Sagrantino nell’eco di Francesco”