Il taccuino #6 il vino di Matilde di Canossa

L’Italia è il paese con più varietà di vitigni al mondo, sono centinaia. Una pluralità che si manifesta attraverso il proprio genius loci di ogni fazzoletto di territorio. La ricchezza, e allo stesso tempo la particolarità, sta nella possibilità di trovare un lungo elenco di specie autoctone, molte delle quali riscoperte negli ultimi anni e nobilitate da una produzione attenta e di qualità. Lo scorso weekend ho fatto una nuova, gradita conoscenza: la spergola. Infatti mi è capitato di mangiare in una buona trattoria nella campagna reggiana e mi sono imbattuto in questo vino che, ignoranza mia, mi suonava totalmente nuovo. E in realtà non è così perché si tratta addirittura del vino che la Contessa di ferro, Matilde di Canossa, regalava a Papa Gregorio VII che lo adorava. In ossequio a cotanto giudizio, non posso che essere d’accordo col Santo Padre. Io l’ho provato in versione fermo (anche se quella frizzante è più nota): Brezza di Luna della Tenuta di Aljano, Colli di Scandiano e Canossa DOP.

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Si tratta di un vitigno autoctono di Scandiano praticamente scomparso e solo recentemente ripristinato, tanto che ancora rappresenta solo un’ infinitesimale parte delle vigne del reggiano. Una piacevole sorpresa che vi invito a provare quando passerete dalle parti della contessa!
Alla prossima

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Italy is the country with more variety of vineyard in the world, they are hundreds. A plurality that appears through the genius loci of every patch of land. Wealth, and at same time particularity, is in the possibility to find a long list of native species, many of them have been discovered in recent years and ennobled by a quality production.

Last weekend, I’ve made a new welcome knowledge: the spergola. In fact I ate in a good country inn near Reggio Emilia and I tried this wine that, for my ignorance, sounded new to me. In reality is not like that, it’s the wine that the Countess of Iron, Matilde di Canossa, gave to Pope Gregorio VII that loved it. In respect of this judgment, I agree with the Holy Father. I’ve tasted the still wine version: Brezza di Luna by Tenuta di Aljano, Colli di Scandiano e Canossa DOP.

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It’s a local variety of Scandiano virtually disappeared but recently restored, it represents an infinitesimal part of the vineyards around Reggio Emilia (the only zone in Italy). A pleasant surprise that I invite you to try when you pass by the parts of the countess!

See you soon!

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Il taccuino #5 il Colosseo

Domenica pomeriggio sono entrato all’ interno del Colosseo: magnifico. Sono andato per girare un piccolo video sul vino insieme a un mio amico ma ho avuto tempo di passeggiare un  dentro l’anfiteatro Flavio. Inutile descriverlo, anche se  la calda luce autunnale, tipicamente romana, che si irradia su questa struttura prossima ai 2000 anni è veramente qualcosa che rassomiglia a una poesia visiva. Mi è venuto in mente un libro che ho letto lo scorso anno e che si chiama Roma Caput Vini (Negri, Petrini 2011). Si tratta di un lavoro molto ben fatto che analizza l’importanza del vino nella cultura dell’antica Roma, sia come momento di piacere sia come elemento simbolico dovuto al fatto che dove arrivavano le legioni, arrivava la vite: serviva a far capire che alle popolazioni assoggettate che sarebbero rimasti a lungo, dato che la vite ci mette qualche anno per dare i suoi frutti.

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Un libro pieno di curiosità che, tra le altre cose, dimostra come grazie agli antichi romani la viticoltura si sviluppò in Francia (sarebbe curioso sapere cosa ne pensino i francesi, anche se lo immaginiamo). Inoltre con un’interessantissima indagine filologica, scopriamo che il nome di alcuni vitigni derivano dal lessico romano: traminer da terminus, confine, oppure chardonnay dal villaggio romano di Cardannacum.
Consigli per la lettura in questo autunno ancora particolarmente caldo ma già gravido di premesse di belle cose. Ma soprattutto il mio augurio è che possiate godervi quella luce del meriggio, così calda e avvolgente, baciare quelle pietre esattamente come 2000 anni fa.

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Sunday afternoon I entered the Colosseum: magnificent. I went to shoot a little video about wine, together with a friend of mine but I had the time to walk a bit inside the amphiteater Flavio. It is useless to describe it, even if perhaps the warm autumn light, tipically roman, that radiates on this architecture close to 2000 years is really something similar to a visual poetry.  

It came to my mind a book that I read last year entitled Roma Caput Vivi (Negri, Petrini 2011). It’s a good study that analyzes the importance of the wine in the culture of ancient Rome both as an element of pleasure, of course, and as symbolic element because where the legions arrived, the vine arrived: it served to make subject people understand that Romans would have remained for a long time, since the vines need some years to make their fruits.

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It’s a book full of curiosity that, among other things, demonstrates how thanks to the ancient Romans viticulture developed in France (it would be curious to know what the French think of it, even if we imagine it). Moreover, with an extremely interesting philological survey, we discover that the name of some vines derives from the Roman lexicon: traminer from terminus, border, or chardonnay from the Roman village of Cardannacum.

Advice for reading this autumn still particularly hot but already pregnant with the premises of beautiful things. But above all, my wish is that you can enjoy that light of noon, so warm and enveloping, kissing those stones exactly as 2000 years ago.

Il taccuino #4 Il gusto del Piceno e il suo eccentrico pittore

Gli ultimi giorni sono trascorsi tra il lavoro e l’apertura di diverse bottiglie. Prima che pensiate che io sia un alcolizzato, a mia discolpa lasciatemi dire che è stato un periodo pieno di compleanni e di cene: settembre d’altronde è quel periodo dell’anno che serve a riallacciare i rapporti dopo la pausa estiva. In questa sorta di happening enologico devo dire che una bottiglia in particolare mi ha colpito e, mentre la bevevo, mi ha restituito il sapore di un territorio che adoro e dove purtroppo quest’anno non sono ancora riuscito a tornare: si tratta del Piceno, quel meraviglioso tappeto di colline che da Ascoli va verso il mare.

20180923_131312La bottiglia in questione è prodotta da un’azienda che è un vero orgoglio del territorio, oltre che magnificamente gestita tutta al femminile, la Tenuta Cocci Grifoni a Ripatransone (AP). Ho degustato il loro Rosso Piceno Superiore DOC Le Torri (55% Montepulciano, 45% Sangiovese), annata 2012, fiero ed elegante rappresentante di questa tipologia.

Carlo Crivelli http://www.tuttartpitturasculturapoesiamusica.com

(Carlo Crivelli, Maria Maddalena, 1480, Rijksmuseum, Amsterdam)

Il suo gusto persistente mi ha lasciato anche una gran voglia di tornare e già non vedo l’ora perché oltre alle sue delizie enogastronomiche, il Piceno ha anche tante storie artistiche da raccontare: ad esempio potreste correre il rischio di imbattervi in qualche opera di un eccentrico pittore del ‘400, nato a Venezia, vissuto nelle Marche, ma le cui opere oggi sono ammirate soprattutto nei grandi musei internazionali come la National Gallery di Londra e quella di Washington. Il suo nome è Carlo Crivelli..googolate, non ve ne pentirete.

 

Alla prossima settimana!

 

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I spent last days between working and some bottle of wines. But before you think I’m an alcoholic, in my defense let me say that it was a period full of celebrations and anniversaries: september is the time of year that is used to re-establish the relationship after summer.

In this sort of oenological happening, I must say I was impressed by one bottle in particular and, while I was drinking it, a territory returned in my mind, one that I like and where I’m sorry I’ve not returned this year: the Piceno, a wonderful land of hills from Ascoli to the Adriatic Sea.

This bottle is produced by a winery that is also a pride of territory, as well as beautifully managed all female, Tenuta Cocci Grifoni in Ripatransone (AP).

I drank their Rosso Piceno Superiore DOC Le Torri (55% Montepulciano, 45% Sangiovese), vintage 2012, proud and elegant representative of its tipology.

Its persistent taste left me a great desire to come back and already I’m looking forward because, beyond its food and wine delights, the Piceno has also many stories of art to tell: for example you will risk to come across in some work by a 15th century eccentric artist, born in Venice, lived in the Marche, but his paintings you can find today especially in the famous international museums like National Gallery in London or Washington. His name is Carlo Crivelli..check on google, you will not regret it.


Cheers!

Il taccuino #3 i Corsini

Metti una cena a Firenze in un bel locale Oltrarno, a pochi passi dalla Basilica di Santa Maria del Carmine con i suoi splendidi affreschi di Masaccio e Masolino. Come ogni città d’arte, specialmente d’estate, la sera il fascino è se possibile ancora maggiore: forse perché magicamente sparisce una buona parte dell’orda turistica o forse per la magia dei riflessi delle luce sullo specchio immobile del fiume. Comunque sia, la cucina fiorentina è sempre deliziosa (per la cronaca ho preso un eccellente piatto di pici con lampredotto e trippa e un peposo) e il vino chiaramente, visto che siamo a pochi chilometri dalla zona del Chianti Classico, è eccellente: ho scelto Le Corti Principe Corsini, annata 2015. Si tratta di una bottiglia prodotta dai discendenti dell’antica famiglia nobiliare toscana i cui vigneti si trovano in San Casciano Val di Pesa. E qui, ecco il gioco di rimandi, iniziato con lo stemma araldico sull’etichetta e proseguito subito dopo cena, con una suggestiva passeggiata notturna che mi ha portato davanti il bellissimo Palazzo Corsini sul Lungarno, capolavoro del seicento fiorentino. Un fil rouge che poi mi ha condotto a Roma, in un pomeriggio di settembre, a visitare quello scrigno di tesori, poco conosciuto dai turisti, che è la Galleria Corsini: si tratta della residenza romana della famiglia, acquistata al tempo dell’elezione a pontefice di un membro della famiglia, Lorenzo, conosciuto poi come Clemente XII.

La storia, l’arte e il vino che si intrecciano. Una bellezza diffusa, tipicamente italiana. Concedetevi il piacere di scoprirla. Alla prossima settimana!

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A few nights ago, i had a dinner in Florence, a nice restaurant in Oltrarno, near the church of Santa Maria del Carmine and its wonderful frescoes of Masaccio and Masolino.

Like any city of art, especially in summer time, the charm in the evening is more, if possible: perhaps because the horde of tourists disappears, or perhaps for the magical reflections of the lights on the mirror of river’s water. Anyway, the tuscan cuisine is delicious (i ate an excellent dish of “pici” with “lampredotto” and florentine tripe and “peposo”, local meat stew with pepper) and the wine, we are near the Chianti Classico area, of course, is very good: i chose a bottle of “Le Corti” Principe Corsini, vintage 2015. It’s a wine produced by descendants of the noble tuscan family, whose vineyards are in San Casciano Val di Pesa (north Chianti Classico area). And here started a game of references with the heraldic crest of the label that continued walking after dinner in front of Palazzo Corsini at Lungarno, XVII century florentine masterpiece. A fil rouge that brings me in Rome, in a september afternoon, visiting Galleria Corsini, an unknown treasure chest: the roman house of the family, bought when Lorenzo Corsini became Pope Clemente XII.

The history, the art and the wine that interwines. A surrounding beauty, tipically italian. You allow yourself the pleasure of discover it.

 

To the next week!

Il taccuino #2 sapori di Romagna

Ultimi scorci d’estate in questo week end romagnolo: in un clima festante per l’invasione dei tifosi del motomondiale, che si sono scolati ettolitri di birra, ho avuto la possibilità di assaggiare ottimi vini autoctoni.

Una piacevole scoperta è stata quella del pagadebit (chlè ora) nome locale del bombino bianco: ho avuto modo di provare Strati, prodotto dall’azienda Enio Ottaviani. Abbinato con una pregevole frittura di calamari si è dimostrato un vino di qualità.

Questa ottima bevuta mi induce due riflessioni: la prima è che Ottaviani si sta confermando come una delle realtà vinicole più importanti del territorio, dosando in maniera adeguata tradizione e innovazione (lo staff è molto giovane).

La seconda riguarda invece la Romagna: un luogo straordinario di cultura e di divertimenti, con il plus della leggendaria accoglienza romagnola. È possibile che non si riesca ad inserire nel cartellone degli eventi estivi in riviera, un evento dedicato alla valorizzazione del patrimonio enologico della regione? Detto in altre parole, non c’è proprio modo di valorizzare il Sangiovese a dispetto del rum e cola e dello spritz che invece vanno per la maggiore tra i turisti? Un po’ come se andassimo in Toscana e invece del Chianti prendessimo un Gin Tonic.

Alla prossima settimana!

Ps. il nome pagadebit (chlé ora) è un’espressione dialettale che significa paga i debiti: questo perché il bombino è un’uva molto resistente che garantisce risultati anche in annate negative. Questo consentiva ai contadini di pagare i debiti dell’anno precedente.
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Last days of summer this weekend in Romagna: in a festive atmosphere for the invasion of the MotoGP fans, who drank hectoliters of beer, i could taste some good local wines.

A pleasant discovery has been pagadebit (chlè ora), local name of white Bombino: i tasted Strati, by Enio Ottaviani. Combined with a fine fried of calamari, it’s a very good wine.

This excellent drink suggest me two personal reflections: the first, Ottaviani it is conferming as one of the most interesting wineries of the territory, mixing in a good way tradition and innovation (the team is very young).

The second personal reflection is about Romagna: it’s an extraordinary place of culture and entertainment, with a plus: the legendary welcome of the local people. Is it possible that they are not to able inserting in the summer events, one dedicated to the promotion of local wine? There is no way to value the Sangiovese instead the ron e cola or the spritz that they have a great appeal between the tourists? It’s a bit like if we go in Tuscany drinking Gin instead the Chianti.

To next week. Cheers!

Ps. the name pagadebit is a local expression meaning “pay the debts”: Bombino is a strong variety of grape ensuring good results even in negative vintages. So, the farmers could pay their debts.

Il taccuino #1

Il mese di settembre è sempre un periodo speciale per il vino: è il tempo della vendemmia, un miracolo della natura che ogni anno si ripete e ci dona il prezioso nettare.

Ed è anche un momento importante per molte persone che riprendono le loro attività dopo la pausa estiva (quelli che hanno avuto la fortuna di goderla). Solitamente è il tempo delle promesse fatte a se stessi, dove si fissano gli obiettivi da perseguire o si decidono cambiamenti, più o meno radicali, inseguendo un po’ di felicità.

E allora quest’anno proviamo ad aggiungerne una: promettiamo a noi stessi di dedicare più tempo alla bellezza dell’arte e alla condivisione del piacere del vino con le persone cui vogliamo bene.

Da oggi inizia il nostro racconto settimanale attraverso questo spazio: scriveremo storie, e impressioni che ci hanno colpito durante la settimana. Il taccuino, per gli artisti del Quattrocento, era particolarmente importante perché rappresentava lo spazio per fissare le proprie idee e fare pratica nel disegno.

La prossima settimana, torneremo a parlare di arte e di vino e di bellezza.

Buona settimana
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September is a special time for wine: is the harvest time, a miracle of nature that is repeated every year giving us the precious nectar.

But it’s a special time for many people too, that restart their activities after summer break (who has been lucky to enjoy. Usually the period of the promises made to themselves, setting new goals and deciding changes, more or less radical, pursuing a bit of happiness.

So, this year, we should try to add one more: promise to ourselves that we’ll dedicate more time to beauty of art and sharing the pleasure of wine with the persons we love.

From today onwards we start a weekly novel: we’ll write the stories and the impressions that will affect us. Il taccuino (the notebook) was very important for the artist of XV century: they notes their first ideas and they made practice whith drawing.

Next week we’ll be back to tell about art and wine and beauty.


Have a good week,

Falerno tra passato (molto antico) e futuro

Il 25 febbraio del 1787 durante il suo viaggio in Italia, Goethe in procinto di arrivare a Napoli appuntò queste parole: Nel pomeriggio una bella campagna uguale ci si schiuse dinanzi; la nostra via correva spaziosa tra campi di verde grano, simile a un tappeto e già alto una buona spanna. Nei campi sono piantati filari di pioppi, sfoltiti per servir di sostegno alle viti. Così si continua fin dentro Napoli: un suolo terso, deliziosamente soffice e ben lavorato, viti di eccezionale altezza e robustezza, coi tralci fluttuanti di pioppo in pioppo a mo’ di reti.

La descrizione di un paesaggio bucolico di straordinaria bellezza dove la natura cresce  rigogliosa (a febbraio il grano era già alto una buona spanna): si tratta del ritratto della campagna compresa tra il Vesuvio a sud e il monte Massico a nord, la pianura che si affaccia sul mar Tirreno: la storica Campania Felix.

Il ricordo del celebre letterato tedesco non è che una delle tante testimonianze di come questa zona fosse considerata una sorta di paradiso per i suoi paesaggi fertili e per i suoi frutti abbondanti: già gli antichi romani, per lo meno i più facoltosi, sceglievano questi luoghi per costruire le loro residenze di vacanza, dove riposarsi e dedicarsi all’otium e ai piaceri della vita, di cui questa terra era molto generosa.

In questo contesto baciato dai favori di madre natura, si inserisce la storia, o meglio la leggenda, di uno dei vini più famosi dell’antichità nonché uno dei più celebri ancora oggi: il Falernus, per dirla alla latina, o Falerno del Massico DOC, per dirla burocraticamente con il recente disciplinare istituito nel 2011. Questo particolare vino, destinato all’epoca a soppiantare i prestigiosi vini greci sulle tavole dei patrizi romani, è raccontato da Virgilio e da molti altri autori classici tra cui, soprattutto, Plinio il Vecchio.

Circa duemila anni dopo, lo scenario dell’ager falernus è cambiato radicalmente e probabilmente qui il conto portato dalla modernità è stato un po’ più salato dal punto di vista urbanistico. Tuttavia per questo vino il tempo sembra essersi fermato e le viti qui continuano ad essere caratterizzate da grande qualità: la viticoltura è un settore di eccellenza per questi territori.

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Tra le aziende che stanno raccogliendo i frutti migliori c’è la Masseria Felicia con i suoi cinque ettari nell’areale del Massico, a Sessa Aurunca: abbiamo assaggiato il loro Falerno del Massico DOC rosso, nella sua annata 2012. Si tratta di un vino ottenuto prevalentemente da uva Aglianico (80%) con aggiunta di Piedirosso (vitigno autoctono campano). Affascina nel bicchiere per il suo rosso rubino luminoso, regala un profumo intenso legato soprattutto alla frutta sotto spirito e note eteree. Non si tratta di un vino particolarmente complesso, solo il 15% fa passaggio in botte, ma si rivela piacevole e ben equilibrato tra freschezza e parte alcolica, sostenuto da una buona struttura tannica e da una persistente e piacevole scia gustativa.

Vecchi fasti che ritornano in auge e punte di eccellenza che lasciano ben sperare. Un vino che viene da un passato remoto ma che può rappresentare una chiave di accesso a un futuro più sostenibile e ragionato per la Campania Felix.

Inseguendo donna fugata

Inseguendo Donnafugata: è il titolo di una mostra aperta fino al 22 luglio presso Villa Necchi Campiglio a Milano, una suggestiva rassegna incentrata sul vino della celebre azienda siciliana e sul suo illustratore, l’artista Stefano Vitale.

I colori, i profumi e la straordinaria complessità, sotto ogni punto di vista, della Sicilia. Il mare, il vulcano, il vento delle isole, il cielo azzurro che fa da tetto a una terra da millenni incrocio di culture e tradizioni. E poi l’elemento femminile, quello più importante, che genera la vita e che impreziosisce, trasformando la conflittualità in armonia.

Donnafugata è un’azienda che la Sicilia la rappresenta nel migliore dei modi, grazie ai suoi vini, che esprimono i diversi territori, e attraverso le etichette delle sue bottiglie che raccontano la sua storia e ne incarnano l’essenza più intima grazie alla sapiente arte di Vitale.

Ma chi è questa donna in fuga? Il toponimo donnafugata è ricorrente nell’isola ma il suo significato si perde tra realtà e letteratura: c’è il castello di Ragusa, sul cui nome tante ipotesi sono state fatte, e c’è la città immaginaria creata da Tomasi di Lampedusa per ambientare il Gattopardo. Proprio il luogo dove è ambientato il romanzo, Palazzo Filangeri di Cutò a Santa Margherita Belice, ospitò davvero una regina in fuga: Maria Carolina, sovrana di Napoli, costretta a scappare allo scoppio della rivoluzione, che portò alla effimera quanto preziosa esperienza della Repubblica Napoletana. Ce ne sarebbe una seconda di regina, ancora più antica, Bianca di Navarra, di cui si narra una rocambolesca fuga avvenuta dal palazzo nel XV secolo.  

Realtà o racconto popolare poco importa. Il nome evoca un’immagine letteraria talmente suggestiva, come la protagonista di una favola antica, da mille e una notte. Il riferimento non è casuale perché Sherazade, l’eroina della raccolta di novelle di tradizione persiana Le mille e una notte è proprio una delle figure femminili delle etichette di Donnafugata, facendo bella mostra sulle bottiglie di nero d’avola.

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Ecco perché alla fine la donna in fuga non è che è un’immagine simbolica (oltre che un omaggio alle donne che guidano l’azienda): si tratta in buona sostanza delle diverse rappresentazioni della natura, che è femmina. E come tale non può essere catturata, non può essere costretta, non può essere dominata. È una donna libera e inafferrabile, come lo scirocco che soffia sui vigneti di Pantelleria, come i raggi di sole che ogni alba si riverberano sulle acque cristalline del mediterraneo: è uno spirito indomito, la donna, che ha il potere più grande dell’universo, quello di creare la vita.

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In questa serie di visi femminili, uno dei più conosciuti è legato all’Anthìlia, vino ottenuto da un blend di uve bianche con prevalenza di catarratto: una giovane ragazza bionda, vestita solo di una lacrima di perla, capelli sciolti che si muovono nel vento e lo sfondo di un cielo limpido, come spesso si vede in Sicilia. La forma semplice del volto, gli occhi chiusi e il sorriso appena accennato, vagamente malinconico, e la scelta dei colori: l’artista raggiunge il suo scopo, realizzando un’immagine femminile che coglie gli elementi naturali tipici del territorio: sole, cielo, vento.

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La semplicità del disegno e l’importanza dei colori a un livello simbolico sono gli elementi ricorrenti in queste etichette-opere d’arte. Si possono ritrovare anche in composizioni più complesse come quella per Sul Vulcano, vino prodotto da uve carricante. Dal profilo del vulcano che declivia verso il mare, emerge un volto di donna che guarda proprio verso il Mediterraneo, in una sorta di dialogo muto tra gli elementi. I capelli biondi sono in realtà i fumi dell’Etna, e sono solo le propaggini esteriori di un’immensa forza vitale interiore: una perfetta allegoria dell’universo femminile.

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Ma non solo i volti: sull’etichetta del Sur Sur, traduzione araba di grillo, che è anche l’uva di questo vino, è disegnato il particolare di un piede femminile che si muove su un prato fiorito: un altro indizio della donna in fuga, che però porta con sé l’energia vitale della primavera.

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Decorazione floreale che ritroviamo anche nella chioma di Lumera, etichetta di un seducente rosato a base nero d’avola, pinot nero e syrah, ispirata alla donna amata protagonista di una poesia siciliana legata all’amor cortese: Or come pote sì grande donna intrare / Per gli occhi mei, che sì piccioli son? / e nel mio core come pote stare […], ma voglio a lei Lumera asomigliare.

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La galleria di questi volti femminili prosegue con altre storie e altri vini: un microcosmo ricco di fascino, racchiuso all’interno del quadrilatero Marsala-Contessa Entellina-Vittoria-Etna, corrispondente ai vigneti di Donnafugata che, tra poesia, letteratura e storia, esprimono la clamorosa qualità della loro terra.

Castel de Paolis, l’eccellenza dei Castelli Romani

Conoscere la cantina di Castel de Paolis, al confine tra il comune di Grottaferrata e quello di Marino, è come entrare in un luogo dove tutto intorno, il territorio racconta storie di vino: infatti i Castelli Romani sono celebri per la tradizione vinicola fin dai tempi della Roma imperiale e nel corso dei secoli hanno soddisfatto buona parte del fabbisogno della popolazione dell’Urbe. Molti film e opere letterarie ne hanno parlato, tanto che nell’immaginario collettivo il vino di queste zone è considerato per antonomasia quello di Roma (so’ mejo dello Champagna, li vini de ste vigne..).

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Attualmente però, e qui portiamo il discorso ad un livello generale prima di raccontare l’eccellenza di Castel de Paolis nello specifico, la fama dei Castelli vacilla: la qualità media della produzione della zona non è pari alla sua notorietà, anzi; molti produttori, con una concezione della viticoltura rimasta alla prima metà del ‘900, continuano a puntare sulla quantità, a discapito della bontà del prodotto, certi di trovare comunque lo sbocco per il loro vino di scarso livello tra le fasce più basse dei consumatori.

Il terreno dei Castelli Romani è di origine vulcanica ed è quindi ricchissimo di minerali e di sostanze nutrienti che permetterebbero la produzioni di grandissimi vini; il Lazio potrebbe essere al livello di Piemonte e Toscana per quanto concerne la qualità ma purtroppo ora come ora non lo è.

Ma non tutti i produttori intraprendono questa strada, fatta di grandi rese e mediocrità:  A testimonianza delle straordinarie potenzialità dei Castelli Romani c’è proprio Castel de Paolis, un’azienda nata nel 1985 su intuizione di Giulio Santarelli, uno dei primi a intravedere la possibilità di produrre vini eccellenti da queste parti, guidato in questa impresa dal Prof. Attilio Scienza.

Veniamo accolti proprio dal fondatore, altro grande personaggio del vino, che ci fa fare un rapido giro della proprietà (sono circa 11 ettari di vigneti) e della cantina; proprio qui incontriamo un piccolo frammento che documenta un pezzo di storia antica: una parte della struttura è formata da un ambiente ipogeo di epoca romana, scoperto solo recentemente grazie a dei lavori di ristrutturazione del casale. Ambiente davvero suggestivo, destinato ad accogliere l’affinamento del miglior vino.

La degustazione avviene in una sala interna del casale, per via dell’alta temperatura di questa estate 2017 ma riusciamo comunque a sbirciare la suggestiva sala panoramica con la meravigliosa vista che abbraccia l’intera città di Roma, distante solo pochi chilometri.

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Per l’assaggio abbiamo optato per una tris di bianchi, partendo dal Campo Vecchio, passando attraverso il Frascati Superiore, e arrivando al top di gamma della casa: il meraviglioso Donna Adriana. Mentre il palato inizia a pregustare il piacere che di lì a poco sarebbe arrivato, fedeli al detto anche l’occhio vuole la sua parte, veniamo colpiti dalle eleganti etichette delle bottiglie che ripropongono lo stesso disegno con diverse scale cromatiche. Giulio Santarelli ci spiega che riprendono la grafica di una scultura che lui possiede e realizzata dallo scultore Umberto Mastroianni (parente dell’attore Marcello). L’aneddoto è davvero curioso: inizialmente infatti l’artista non era per nulla propenso a prestare la sua opera per abbellire una bottiglia di vino, ritenendolo poco consono alla sua natura di artista. In realtà quella delle etichette create da grandi pittori e scultori è una tradizione abbastanza consolidata che risale al vino francese, e precisamente a quello bordolese. L’idea venne al Barone Philippe de Rothschild che volle far decorare l’etichetta del suo leggendario Château Mouton Rothschild di ogni annata (ce ne siamo occupati in un altro intervento su questo blog), a partire da quella del 1945, ad un artista diverso: tra i grandissimi nomi si possono trovare Picasso, Mirò, Chagall, e Francis Bacon (presto sul blog approfondiremo questa storia dove arte e vino si intersecano).
Proprio la presenza di quest’ultimo convinse Mastroianni, suo grande amico, della bontà dell’operazione e quindi a prestare la sua arte per decorare le bottiglie di vino di Castel de Paolis con il risultato che è possibile ammirare su ognuna di loro.

Il Frascati Campo Vecchio 2015 è un blend di Malvasia di Candia (70%), Trebbiano Toscano, Bombino e Bellone, dotato di una moderata freschezza e di una buona persistenza. Il Frascati Superiore 2015 è arricchito con diversi aromi e si caratterizza per le sue sfumature minerali oltre che, anche qui, per il lungo finale.

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L’eccellenza arriva con l’assaggio del Donna Adriana 2015, che deve il suo nome alla moglie di Giulio Santarelli: con una gradazione di 14,5 gradi, presenta un gran corpo e risulta perfettamente equilibrato in tutte le sue componenti e arricchito da un trionfo di profumi e aromi. E’ un vino molto complesso che ovviamente presenta delle note minerali, un’ottima freschezza e sapidità. Questo vino rimarrà nel vostro palato, deliziandovi, molto a lungo. Ѐ prodotto con uve Viognier (80%)e Malvasia del Lazio.

Il Donna Adriana va dritto tra le preferenze di questo blog!

Che dire di più, è stata una visita davvero molto interessante che ci ha fatto scoprire una realtà fondamentale per tutta la viticoltura laziale, cui si spera possa fare da traino, per lo meno nella zona dei Castelli Romani che ha bisogno di rilanciarsi da un punto di vista della qualità. Abbiamo conosciuto un grande produttore di vino, un bel personaggio, che ci ha saputo raccontare il suo mondo con semplicità e passione rendendo ancor più piacevole la nostra esperienza sull’altissima qualità del suo vino.

Il Giardino dei Tarocchi, un gioiello incastonato nella maremma

L’avevamo promesso: torniamo ad occuparci dello Chateau Mouton Rotschild, anche se solo come input, in un apposito post, per raccontarvi una storia davvero affascinante.

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Come detto, l’etichetta del 1997 viene affidata a Niki de saint Phalle e richiama alcuni elementi del suo più grande progetto artistico: il Giardino dei Tarocchi.

Viene disegnata una bottiglia di vino e un bicchiere in onore del barone e un candelabro in memoria della fede giudaica della dinastia Rothschild. La testa di sfinge ricorda uno degli arcani maggiori, l’Imperatrice, che è la grande Dea, la regina del cielo e “Nana-fontaine”, personificazione di una fontana, posta in basso a sinistra, che non solo regge l’etichetta fungendo da piedistallo, ma è la scultura situata nel centro di Capalbio.  Poi c’è un serpente schiacciato da una mano, forse è una zampa della sfinge e ci sono delle vignette che racchiudono le parole “cou cou” per ricordare che Niki è francese.

Tutte le forme delineate sono colorate da tonalità accese come lo sono le sculture ricoperte da tessere di ceramica e vetro che trionfano nel giardino dei Tarocchi.

Per Niki non è una novità dialogare con ambiti non prettamente legati al mondo dell’arte figurativa, già nel 1982 aveva creato un profumo “Niki” per la Jaqueline Cochran Company i cui ricavati servirono a finanziare i lavori del giardino.

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Nel 1997 mentre venne chiesto a Mario Botta di creare un padiglione intorno al giardino e in contrasto con questo, il barone decise di affidare alla scultrice il compito di esaltare l’estetica del suo vino.

Il giardino è una vera perla custodita in Toscana, a Garavicchio, dove una donna con una grande passione per la bellezza e per l’arte ha riprodotto gli arcani maggiori dei Tarocchi, con l’aiuto di numerosi professionisti e amatori che l’hanno accompagnata dal 1979 fino al 2002, anno della sua morte.

Il risultato è originale e meraviglioso: è  frutto di capacità che solo le menti geniali possiedono.

Il giardino isolato è un concentrato di forme, colori e suoni. Chiunque varca l’ingresso, inizia a camminare creandosi delle aspettative, ma non appena si imbatte nella prima scultura visibile, la Papessa e il Mago, si dimentica di tutto e viene rapito dall’atmosfera magica e quasi sovrannaturale del posto.

È contaminazione di stili e tecniche, con la precisa volontà di richiamare ciò che è stato già fatto, senza copiare nessuno, esattamente come avrebbe fatto un artista rinascimentale. E così ogni visitatore ci può ri-conoscere il Parc Güell di Gaudì e le Watts Towers californiane di Rodia, le bocche mostruose di Bomarzo e le fontane di Villa d’Este, il Palazzo ideale naif di Cheval, la Cappella Sistina michelangiolesca e l’ultima Cena leonardesca. Poi Kandinsky, Klee e Matisse.

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È un trionfo di colori e forme diverse che raccontano storie diverse ma senza declamare nessuna verità assoluta.

È un percorso spirituale, un percorso di fede, è una visione della vita secondo Niki che tocca tematiche profonde attraverso i XXI arcani maggiori (Il Mago, la Papessa, l’Imperatrice, l’Imperatore, il Papa,  gli Innamorati, il Carro, la Giustizia, l’Eremita, la Ruota della Fortuna, la Forza, l’Impiccato, la Morte, la Temperanza, il Diavolo, la Torre di Babele, la Stella, la Luna, il Sole, il Giudizio e il Mondo): l’Imperatrice pone un interrogativo e la soluzione è interna al Mondo.

Ma ogni arcano ha doppia valenza: positivo-negativo, Bene-Male, salvezza-dannazione, quindi ogni essere umano è libero di fare il proprio percorso ed avere la propria chiave di lettura.

C’è un unico arcano non numerato, potrebbe essere la carta 0, quindi da collocare prima del Mago, o da considerare carta XXII, quindi dopo il Mondo, come in questo caso, ed è il Folle.

È un girovago col bastone che simboleggia l’istinto, il distacco dalla mente e la parte irrazionale dell’uomo verso il Bene o il Male ed è nascosto rispetto a tutte le altre sculture, va cercato. Alcuni lo trovano all’inizio del cammino, altri solo alla fine, altri ancora non lo trovano affatto ma in senso spirituale ha un solo significato: il passaggio ad un altro livello di consapevolezza.

Il giardino è per questo catarsi e introspezione, è esoterismo ma anche edonismo.

Come ricorda l’iscrizione su una lastra all’ingresso, il giardino è una “fragile opera d’arte che ha bisogno di una continua cura” (per questo chiuso in autunno e inverno) e “un posto metafisico e di meditazione, un luogo lontano dalla folla e dall’incalzare del tempo, dove è possibile assaporare le sue tante bellezze.

UN POSTO CHE FACCIA GIOIRE GLI OCCHI ED IL CUORE”.