Falerno tra passato (molto antico) e futuro

Il 25 febbraio del 1787 durante il suo viaggio in Italia, Goethe in procinto di arrivare a Napoli appuntò queste parole: Nel pomeriggio una bella campagna uguale ci si schiuse dinanzi; la nostra via correva spaziosa tra campi di verde grano, simile a un tappeto e già alto una buona spanna. Nei campi sono piantati filari di pioppi, sfoltiti per servir di sostegno alle viti. Così si continua fin dentro Napoli: un suolo terso, deliziosamente soffice e ben lavorato, viti di eccezionale altezza e robustezza, coi tralci fluttuanti di pioppo in pioppo a mo’ di reti.

La descrizione di un paesaggio bucolico di straordinaria bellezza dove la natura cresce  rigogliosa (a febbraio il grano era già alto una buona spanna): si tratta del ritratto della campagna compresa tra il Vesuvio a sud e il monte Massico a nord, la pianura che si affaccia sul mar Tirreno: la storica Campania Felix.

Il ricordo del celebre letterato tedesco non è che una delle tante testimonianze di come questa zona fosse considerata una sorta di paradiso per i suoi paesaggi fertili e per i suoi frutti abbondanti: già gli antichi romani, per lo meno i più facoltosi, sceglievano questi luoghi per costruire le loro residenze di vacanza, dove riposarsi e dedicarsi all’otium e ai piaceri della vita, di cui questa terra era molto generosa.

In questo contesto baciato dai favori di madre natura, si inserisce la storia, o meglio la leggenda, di uno dei vini più famosi dell’antichità nonché uno dei più celebri ancora oggi: il Falernus, per dirla alla latina, o Falerno del Massico DOC, per dirla burocraticamente con il recente disciplinare istituito nel 2011. Questo particolare vino, destinato all’epoca a soppiantare i prestigiosi vini greci sulle tavole dei patrizi romani, è raccontato da Virgilio e da molti altri autori classici tra cui, soprattutto, Plinio il Vecchio.

Circa duemila anni dopo, lo scenario dell’ager falernus è cambiato radicalmente e probabilmente qui il conto portato dalla modernità è stato un po’ più salato dal punto di vista urbanistico. Tuttavia per questo vino il tempo sembra essersi fermato e le viti qui continuano ad essere caratterizzate da grande qualità: la viticoltura è un settore di eccellenza per questi territori.

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Tra le aziende che stanno raccogliendo i frutti migliori c’è la Masseria Felicia con i suoi cinque ettari nell’areale del Massico, a Sessa Aurunca: abbiamo assaggiato il loro Falerno del Massico DOC rosso, nella sua annata 2012. Si tratta di un vino ottenuto prevalentemente da uva Aglianico (80%) con aggiunta di Piedirosso (vitigno autoctono campano). Affascina nel bicchiere per il suo rosso rubino luminoso, regala un profumo intenso legato soprattutto alla frutta sotto spirito e note eteree. Non si tratta di un vino particolarmente complesso, solo il 15% fa passaggio in botte, ma si rivela piacevole e ben equilibrato tra freschezza e parte alcolica, sostenuto da una buona struttura tannica e da una persistente e piacevole scia gustativa.

Vecchi fasti che ritornano in auge e punte di eccellenza che lasciano ben sperare. Un vino che viene da un passato remoto ma che può rappresentare una chiave di accesso a un futuro più sostenibile e ragionato per la Campania Felix.

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Inseguendo donna fugata

Inseguendo Donnafugata: è il titolo di una mostra aperta fino al 22 luglio presso Villa Necchi Campiglio a Milano, una suggestiva rassegna incentrata sul vino della celebre azienda siciliana e sul suo illustratore, l’artista Stefano Vitale.

I colori, i profumi e la straordinaria complessità, sotto ogni punto di vista, della Sicilia. Il mare, il vulcano, il vento delle isole, il cielo azzurro che fa da tetto a una terra da millenni incrocio di culture e tradizioni. E poi l’elemento femminile, quello più importante, che genera la vita e che impreziosisce, trasformando la conflittualità in armonia.

Donnafugata è un’azienda che la Sicilia la rappresenta nel migliore dei modi, grazie ai suoi vini, che esprimono i diversi territori, e attraverso le etichette delle sue bottiglie che raccontano la sua storia e ne incarnano l’essenza più intima grazie alla sapiente arte di Vitale.

Ma chi è questa donna in fuga? Il toponimo donnafugata è ricorrente nell’isola ma il suo significato si perde tra realtà e letteratura: c’è il castello di Ragusa, sul cui nome tante ipotesi sono state fatte, e c’è la città immaginaria creata da Tomasi di Lampedusa per ambientare il Gattopardo. Proprio il luogo dove è ambientato il romanzo, Palazzo Filangeri di Cutò a Santa Margherita Belice, ospitò davvero una regina in fuga: Maria Carolina, sovrana di Napoli, costretta a scappare allo scoppio della rivoluzione, che portò alla effimera quanto preziosa esperienza della Repubblica Napoletana. Ce ne sarebbe una seconda di regina, ancora più antica, Bianca di Navarra, di cui si narra una rocambolesca fuga avvenuta dal palazzo nel XV secolo.  

Realtà o racconto popolare poco importa. Il nome evoca un’immagine letteraria talmente suggestiva, come la protagonista di una favola antica, da mille e una notte. Il riferimento non è casuale perché Sherazade, l’eroina della raccolta di novelle di tradizione persiana Le mille e una notte è proprio una delle figure femminili delle etichette di Donnafugata, facendo bella mostra sulle bottiglie di nero d’avola.

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Ecco perché alla fine la donna in fuga non è che è un’immagine simbolica (oltre che un omaggio alle donne che guidano l’azienda): si tratta in buona sostanza delle diverse rappresentazioni della natura, che è femmina. E come tale non può essere catturata, non può essere costretta, non può essere dominata. È una donna libera e inafferrabile, come lo scirocco che soffia sui vigneti di Pantelleria, come i raggi di sole che ogni alba si riverberano sulle acque cristalline del mediterraneo: è uno spirito indomito, la donna, che ha il potere più grande dell’universo, quello di creare la vita.

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In questa serie di visi femminili, uno dei più conosciuti è legato all’Anthìlia, vino ottenuto da un blend di uve bianche con prevalenza di catarratto: una giovane ragazza bionda, vestita solo di una lacrima di perla, capelli sciolti che si muovono nel vento e lo sfondo di un cielo limpido, come spesso si vede in Sicilia. La forma semplice del volto, gli occhi chiusi e il sorriso appena accennato, vagamente malinconico, e la scelta dei colori: l’artista raggiunge il suo scopo, realizzando un’immagine femminile che coglie gli elementi naturali tipici del territorio: sole, cielo, vento.

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La semplicità del disegno e l’importanza dei colori a un livello simbolico sono gli elementi ricorrenti in queste etichette-opere d’arte. Si possono ritrovare anche in composizioni più complesse come quella per Sul Vulcano, vino prodotto da uve carricante. Dal profilo del vulcano che declivia verso il mare, emerge un volto di donna che guarda proprio verso il Mediterraneo, in una sorta di dialogo muto tra gli elementi. I capelli biondi sono in realtà i fumi dell’Etna, e sono solo le propaggini esteriori di un’immensa forza vitale interiore: una perfetta allegoria dell’universo femminile.

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Ma non solo i volti: sull’etichetta del Sur Sur, traduzione araba di grillo, che è anche l’uva di questo vino, è disegnato il particolare di un piede femminile che si muove su un prato fiorito: un altro indizio della donna in fuga, che però porta con sé l’energia vitale della primavera.

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Decorazione floreale che ritroviamo anche nella chioma di Lumera, etichetta di un seducente rosato a base nero d’avola, pinot nero e syrah, ispirata alla donna amata protagonista di una poesia siciliana legata all’amor cortese: Or come pote sì grande donna intrare / Per gli occhi mei, che sì piccioli son? / e nel mio core come pote stare […], ma voglio a lei Lumera asomigliare.

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La galleria di questi volti femminili prosegue con altre storie e altri vini: un microcosmo ricco di fascino, racchiuso all’interno del quadrilatero Marsala-Contessa Entellina-Vittoria-Etna, corrispondente ai vigneti di Donnafugata che, tra poesia, letteratura e storia, esprimono la clamorosa qualità della loro terra.

I vini di Natale! (dello staff di thediwinecomedy). Cheers!

Immaginate di avere voglia di un particolare vino. Un vino che magari avreste voluto bere già da diverso tempo ma che, per un motivo o per un altro, non avete potuto farlo. Un vino che vi riporti a una dimensione passata della vostra vita, che sia legato a un territorio con cui avete profondi legami familiari e sentimentali.
Ecco, tutto questo è il “backstage” della nostra scelta per il vino da degustare al pranzo di Natale. La voglia di aprire una bella bottiglia di Sangiovese di Romagna ce la portiamo dietro da un po’ di tempo. L’unico problema è che non è stato affatto semplice trovarla!

Non è il caso di soffermarci ora sulle ragione della scarsa visibilità di cui gode questo vino (che sarà oggetto di un post dedicato più avanti), vi basti sapere che è stato più difficile dare la caccia al Sangiovese che completare la lista dei regali di Natale per parenti e amici.

Comunque, dopo un lungo peregrinare tra le enoteche di Roma alla ricerca di un buon Sangiovese di Bertinoro (leggete l’articolo su questo fantastico paese romagnolo), tra un po’ di difficoltà, alla fine siamo riusciti a prendere un Sangiovese Riserva 2008 Cuvèe Rina Pezzi dell’Azienda Fattoria Paradiso. Avevamo il nostro vino di Natale (o per lo meno quello principale visto che uno non ci sarebbe bastato!

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Nel calice si presentava con un rubino intenso e si faceva apprezzare per le buone sensazioni olfattive. All’assaggio ci è sembrato un vino fatto correttamente, abbastanza equilibrato con una gustosa componente di freschezza e un buon tannino. L’unica pecca era che non fosse sostenuto da un adeguato corpo.

Al cuor non si comanda, viva la Romagna!

I vini delle feste di thediwinecomedy.com: la sera del 24 dicembre all’insegna dei Castelli Romani

Care Amiche e Cari Amici,

è tempo di feste, di vacanze (non per tutti!), ed è quindi l’occasione giusta per stare in compagnia dei propri affetti, magari davanti a una buona bottiglia di vino.

In effetti il clima tipicamente invernale di questi giorni, invita a rimanere nella tranquillità domestica, cullati dal piacevole tepore familiare è poi una delle attrattive principali di questo periodo: quale occasione migliore per sperimentare una bottiglia di vino, magari una di quelle particolari, di cui abbiamo avuto voglia durante l’anno ma non abbiamo mai trovato il tempo di cercarle in enoteca.

Noi dello staff di thediwinecomedy non siamo da meno, così scriviamo questo post per raccontarvi quali sono state le nostre scelte, dettate, sinceramente, più da voglie estemporanee che da effettive corrispondenze con il menù (ricordate che il vino andrebbe invece sempre scelto in base al cibo che si vuol mangiare!).

Per la sera del 24 dicembre, tradizionalmente dedicata ad una cena di pesce, abbiamo optato per un vino autoctono, seppur internazionale nelle sue diverse declinazioni, la malvasia. La scelta è ricaduta su due delle migliori etichette: il Donnaluce 2016 di Poggio le Volpi e il Luna Mater Riserva 2016 di Fontana Candida.

Lo scenario è quello suggestivo dei Castelli Romani, dolci pendii di origine vulcanica alle porte della Città Eterna, dove la vite cresce in abbondanza: le due aziende si trovano  all’interno del territorio comunale di Monteporzio Catone.

Entrambe le etichette hanno ricevuto diversi riconoscimenti e hanno un rapporto qualità prezzo molto buono (noi abbiamo pagato il Donnaluce 11 euro e il Luna Mater 15 euro).

Donnaluce

Le aspettative molto alte sono state abbondantemente rispettate all’assaggio. Il Donnaluce è un vino sensuale già al momento in cui viene versato nel calice, con il suo colore dorato ricco di riflessi (fedele al proprio nome). Si apre un profumo magnifico, soprattutto fiori all’inizio, che però sono solo l’anticipo di un complesso insieme di sentori. Il sorso è avvolgente, caldo, ma bilanciato da una giusta dose di freschezza. La morbidezza la fa da padrona, e rimane in bocca per lungo e piacevolissimo tempo.

Luna Mater

Simile come colore il Luna Mater Riserva, e di nuovo molto complesso l’insieme dei profumi. La morbidezza è la caratteristica principale di questo vino, ma è equilibrata da una lunga scia sapida, dovuta alla mineralità del terreno dove cresce la vite; il gusto è molto, molto persistente. Fortunatamente.

Castel de Paolis, l’eccellenza dei Castelli Romani

Conoscere la cantina di Castel de Paolis, al confine tra il comune di Grottaferrata e quello di Marino, è come entrare in un luogo dove tutto intorno, il territorio racconta storie di vino: infatti i Castelli Romani sono celebri per la tradizione vinicola fin dai tempi della Roma imperiale e nel corso dei secoli hanno soddisfatto buona parte del fabbisogno della popolazione dell’Urbe. Molti film e opere letterarie ne hanno parlato, tanto che nell’immaginario collettivo il vino di queste zone è considerato per antonomasia quello di Roma (so’ mejo dello Champagna, li vini de ste vigne..).

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Attualmente però, e qui portiamo il discorso ad un livello generale prima di raccontare l’eccellenza di Castel de Paolis nello specifico, la fama dei Castelli vacilla: la qualità media della produzione della zona non è pari alla sua notorietà, anzi; molti produttori, con una concezione della viticoltura rimasta alla prima metà del ‘900, continuano a puntare sulla quantità, a discapito della bontà del prodotto, certi di trovare comunque lo sbocco per il loro vino di scarso livello tra le fasce più basse dei consumatori.

Il terreno dei Castelli Romani è di origine vulcanica ed è quindi ricchissimo di minerali e di sostanze nutrienti che permetterebbero la produzioni di grandissimi vini; il Lazio potrebbe essere al livello di Piemonte e Toscana per quanto concerne la qualità ma purtroppo ora come ora non lo è.

Ma non tutti i produttori intraprendono questa strada, fatta di grandi rese e mediocrità:  A testimonianza delle straordinarie potenzialità dei Castelli Romani c’è proprio Castel de Paolis, un’azienda nata nel 1985 su intuizione di Giulio Santarelli, uno dei primi a intravedere la possibilità di produrre vini eccellenti da queste parti, guidato in questa impresa dal Prof. Attilio Scienza.

Veniamo accolti proprio dal fondatore, altro grande personaggio del vino, che ci fa fare un rapido giro della proprietà (sono circa 11 ettari di vigneti) e della cantina; proprio qui incontriamo un piccolo frammento che documenta un pezzo di storia antica: una parte della struttura è formata da un ambiente ipogeo di epoca romana, scoperto solo recentemente grazie a dei lavori di ristrutturazione del casale. Ambiente davvero suggestivo, destinato ad accogliere l’affinamento del miglior vino.

La degustazione avviene in una sala interna del casale, per via dell’alta temperatura di questa estate 2017 ma riusciamo comunque a sbirciare la suggestiva sala panoramica con la meravigliosa vista che abbraccia l’intera città di Roma, distante solo pochi chilometri.

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Per l’assaggio abbiamo optato per una tris di bianchi, partendo dal Campo Vecchio, passando attraverso il Frascati Superiore, e arrivando al top di gamma della casa: il meraviglioso Donna Adriana. Mentre il palato inizia a pregustare il piacere che di lì a poco sarebbe arrivato, fedeli al detto anche l’occhio vuole la sua parte, veniamo colpiti dalle eleganti etichette delle bottiglie che ripropongono lo stesso disegno con diverse scale cromatiche. Giulio Santarelli ci spiega che riprendono la grafica di una scultura che lui possiede e realizzata dallo scultore Umberto Mastroianni (parente dell’attore Marcello). L’aneddoto è davvero curioso: inizialmente infatti l’artista non era per nulla propenso a prestare la sua opera per abbellire una bottiglia di vino, ritenendolo poco consono alla sua natura di artista. In realtà quella delle etichette create da grandi pittori e scultori è una tradizione abbastanza consolidata che risale al vino francese, e precisamente a quello bordolese. L’idea venne al Barone Philippe de Rothschild che volle far decorare l’etichetta del suo leggendario Château Mouton Rothschild di ogni annata (ce ne siamo occupati in un altro intervento su questo blog), a partire da quella del 1945, ad un artista diverso: tra i grandissimi nomi si possono trovare Picasso, Mirò, Chagall, e Francis Bacon (presto sul blog approfondiremo questa storia dove arte e vino si intersecano).
Proprio la presenza di quest’ultimo convinse Mastroianni, suo grande amico, della bontà dell’operazione e quindi a prestare la sua arte per decorare le bottiglie di vino di Castel de Paolis con il risultato che è possibile ammirare su ognuna di loro.

Il Frascati Campo Vecchio 2015 è un blend di Malvasia di Candia (70%), Trebbiano Toscano, Bombino e Bellone, dotato di una moderata freschezza e di una buona persistenza. Il Frascati Superiore 2015 è arricchito con diversi aromi e si caratterizza per le sue sfumature minerali oltre che, anche qui, per il lungo finale.

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L’eccellenza arriva con l’assaggio del Donna Adriana 2015, che deve il suo nome alla moglie di Giulio Santarelli: con una gradazione di 14,5 gradi, presenta un gran corpo e risulta perfettamente equilibrato in tutte le sue componenti e arricchito da un trionfo di profumi e aromi. E’ un vino molto complesso che ovviamente presenta delle note minerali, un’ottima freschezza e sapidità. Questo vino rimarrà nel vostro palato, deliziandovi, molto a lungo. Ѐ prodotto con uve Viognier (80%)e Malvasia del Lazio.

Il Donna Adriana va dritto tra le preferenze di questo blog!

Che dire di più, è stata una visita davvero molto interessante che ci ha fatto scoprire una realtà fondamentale per tutta la viticoltura laziale, cui si spera possa fare da traino, per lo meno nella zona dei Castelli Romani che ha bisogno di rilanciarsi da un punto di vista della qualità. Abbiamo conosciuto un grande produttore di vino, un bel personaggio, che ci ha saputo raccontare il suo mondo con semplicità e passione rendendo ancor più piacevole la nostra esperienza sull’altissima qualità del suo vino.

Il Giardino dei Tarocchi, un gioiello incastonato nella maremma

L’avevamo promesso: torniamo ad occuparci dello Chateau Mouton Rotschild, anche se solo come input, in un apposito post, per raccontarvi una storia davvero affascinante.

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Come detto, l’etichetta del 1997 viene affidata a Niki de saint Phalle e richiama alcuni elementi del suo più grande progetto artistico: il Giardino dei Tarocchi.

Viene disegnata una bottiglia di vino e un bicchiere in onore del barone e un candelabro in memoria della fede giudaica della dinastia Rothschild. La testa di sfinge ricorda uno degli arcani maggiori, l’Imperatrice, che è la grande Dea, la regina del cielo e “Nana-fontaine”, personificazione di una fontana, posta in basso a sinistra, che non solo regge l’etichetta fungendo da piedistallo, ma è la scultura situata nel centro di Capalbio.  Poi c’è un serpente schiacciato da una mano, forse è una zampa della sfinge e ci sono delle vignette che racchiudono le parole “cou cou” per ricordare che Niki è francese.

Tutte le forme delineate sono colorate da tonalità accese come lo sono le sculture ricoperte da tessere di ceramica e vetro che trionfano nel giardino dei Tarocchi.

Per Niki non è una novità dialogare con ambiti non prettamente legati al mondo dell’arte figurativa, già nel 1982 aveva creato un profumo “Niki” per la Jaqueline Cochran Company i cui ricavati servirono a finanziare i lavori del giardino.

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Nel 1997 mentre venne chiesto a Mario Botta di creare un padiglione intorno al giardino e in contrasto con questo, il barone decise di affidare alla scultrice il compito di esaltare l’estetica del suo vino.

Il giardino è una vera perla custodita in Toscana, a Garavicchio, dove una donna con una grande passione per la bellezza e per l’arte ha riprodotto gli arcani maggiori dei Tarocchi, con l’aiuto di numerosi professionisti e amatori che l’hanno accompagnata dal 1979 fino al 2002, anno della sua morte.

Il risultato è originale e meraviglioso: è  frutto di capacità che solo le menti geniali possiedono.

Il giardino isolato è un concentrato di forme, colori e suoni. Chiunque varca l’ingresso, inizia a camminare creandosi delle aspettative, ma non appena si imbatte nella prima scultura visibile, la Papessa e il Mago, si dimentica di tutto e viene rapito dall’atmosfera magica e quasi sovrannaturale del posto.

È contaminazione di stili e tecniche, con la precisa volontà di richiamare ciò che è stato già fatto, senza copiare nessuno, esattamente come avrebbe fatto un artista rinascimentale. E così ogni visitatore ci può ri-conoscere il Parc Güell di Gaudì e le Watts Towers californiane di Rodia, le bocche mostruose di Bomarzo e le fontane di Villa d’Este, il Palazzo ideale naif di Cheval, la Cappella Sistina michelangiolesca e l’ultima Cena leonardesca. Poi Kandinsky, Klee e Matisse.

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È un trionfo di colori e forme diverse che raccontano storie diverse ma senza declamare nessuna verità assoluta.

È un percorso spirituale, un percorso di fede, è una visione della vita secondo Niki che tocca tematiche profonde attraverso i XXI arcani maggiori (Il Mago, la Papessa, l’Imperatrice, l’Imperatore, il Papa,  gli Innamorati, il Carro, la Giustizia, l’Eremita, la Ruota della Fortuna, la Forza, l’Impiccato, la Morte, la Temperanza, il Diavolo, la Torre di Babele, la Stella, la Luna, il Sole, il Giudizio e il Mondo): l’Imperatrice pone un interrogativo e la soluzione è interna al Mondo.

Ma ogni arcano ha doppia valenza: positivo-negativo, Bene-Male, salvezza-dannazione, quindi ogni essere umano è libero di fare il proprio percorso ed avere la propria chiave di lettura.

C’è un unico arcano non numerato, potrebbe essere la carta 0, quindi da collocare prima del Mago, o da considerare carta XXII, quindi dopo il Mondo, come in questo caso, ed è il Folle.

È un girovago col bastone che simboleggia l’istinto, il distacco dalla mente e la parte irrazionale dell’uomo verso il Bene o il Male ed è nascosto rispetto a tutte le altre sculture, va cercato. Alcuni lo trovano all’inizio del cammino, altri solo alla fine, altri ancora non lo trovano affatto ma in senso spirituale ha un solo significato: il passaggio ad un altro livello di consapevolezza.

Il giardino è per questo catarsi e introspezione, è esoterismo ma anche edonismo.

Come ricorda l’iscrizione su una lastra all’ingresso, il giardino è una “fragile opera d’arte che ha bisogno di una continua cura” (per questo chiuso in autunno e inverno) e “un posto metafisico e di meditazione, un luogo lontano dalla folla e dall’incalzare del tempo, dove è possibile assaporare le sue tante bellezze.

UN POSTO CHE FACCIA GIOIRE GLI OCCHI ED IL CUORE”.

Etichette d’artista: Château Mouton Rothschild (with english version)


Arte e vino hanno diversi elementi in comune: l’aspetto edonistico, il piacere dell’esperienza, personale o condivisa, e ovviamente la capacità intrinseca di fare cultura. È quindi del tutto naturale che i due mondi trovino spesso l’occasione per incontrarsi. Una di queste tangenze riguarda l’estetica della bottiglia, in gran parte determinata dal fascino di un’etichetta, secondo l’idea che il contenitore debba rispecchiare la qualità del contenuto (quindi del vino). Il concetto è più attuale che mai, accentuato, ed estremizzato, dalla competitività di un mercato regolato a colpi di marketing (ambito in cui si pone essenzialmente anche il recente sviluppo del wine design).

Uno dei primi a capirlo, se non il primo in assoluto, è stato Philippe de Rotschild, ovvero l’artefice principale di quella che può essere chiamata la leggenda dello Château Mouton Rothschild, uno dei cinque Premier Cru Classé (l’elité assoluta della piramide qualitativa dei vini francesi in quella zona) di Bordeaux. Parliamo insomma davvero del top.

La vita stessa del barone è stata un vero e proprio romanzo, caratterizzata da ricchezza, bella vita (parigina), corse in automobile, numerose donne affascinanti ma anche dall’orrore di due guerre mondiali e dalla tragica morte della moglie in un campo di concentramento.

Intorno ai vent’anni iniziò ad appassionarsi all’attività di vignaiolo, una delle tante, minori, attività della potente famiglia, ed iniziò ad occuparsi della tenuta di Puillac, vicino Bordeaux. Già nel 1924 incaricò al grafico e pubblicitario Jean Carlu, il cui stile era influenzato principalmente dall’Art Decò, di realizzare l’etichetta di quell’annata. L’esperimento non ebbe seguito nell’immediato, ma fu ripreso nel 1945 quando, per festeggiare la fine del secondo conflitto mondiale, fu chiesto all’artista Philippe Jullian di realizzare un disegno da utilizzare nell’etichetta delle bottiglie di quell’anno, purtroppo poche per via dei tragici eventi e del conseguente sconquasso delle vigne: stilisticamente il risultato fu il disegno di una V (di vittoria), ornata con alloro e rami di vite, chiaro riferimento alla vittoria degli alleati.
Da quel momento, ogni annata del celebre Château fu impreziosita dalla riproduzione di un’opera realizzata appositamente dai nomi più illustri dell’arte contemporanea. E ognuno di loro, ovviamente, fu ricompensato con diverse casse di prezioso vino.

Scorrendo le varie annate, l’immagine più nota è probabilmente quella di Pablo Picasso relativa al 1973 e indubbiamente la più significativa, che adempie a un duplice scopo: uno è omaggiare l’artista nell’anno della sua morte, il disegno è del 1959, e l’altro è celebrare la straordinaria promozione dello Château Mouton Rothschild a Premier Cru Classè, obiettivo di tutta la vita del Barone de Rotschild. Questo risultato infatti è davvero eccezionale se si pensa che dal 1855, anno in cui la Francia classificò i suoi vini, gli Château al vertice furono sempre gli stessi quattro.

Da un punto di vista artistico, l’elemento grafico più ricorrente dal 1945 al 2014, oltre al vino e al bicchiere, è l’ariete, mouton appunto, che viene ripreso più volte dagli artisti, rappresentandolo e declinandolo in base allo stile personale: tra le più belle, le etichette Keith Haring per l’annata 1988, dove i due animali vengono disegnati secondo il celeberrimo codice grafico, e quella di John Huston per la 1982, che rimane invece nel campo del figurativismo naturale.

Tutte le etichette sono visibili, oltre che in loco dove è stato creato un museo, sul sito internet dello Château Mouton Rothschild: potrete farvene un’idea e valutare quelle che  vi piacciono di più.

Di seguito vi proponiamo la nostra personale classifica delle prime tre, partendo dal gradino più basso del podio (de gustibus non disputandum est!). Per il momento escludiamo la 1997 con la creazione di Nikki de Saint Phalle: proprio perchè ci piace tanto, sarà oggetto di un post ad hoc.

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Al terzo posto l’etichetta dell’annata 2009, che porta la firma di Anish Kapoor: nel suo lavoro,  due macchie indefinite di colore rosso, che richiamano elementi come il vino ma anche come il sangue, emergono da uno sfondo scuro evocando un suggestivo contrasto tra materia e indefinito che, visto in un’altra ottica ancora, partecipa alla secolare indagine pittorica sull’incontro tra luce e ombra.

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Piazza d’onore per l’annata 1970, con la creazione di Marc Chagall: il pittore sceglie un’immagine immediatamente riconducibile al vino, con una pianta di vite e una mamma che porge i suoi frutti al bambino, il tutto rappresentato con la sensibilità propria di questo artista che spesso nei suoi lavori filtra la realtà attraverso la freschezza e la purezza degli occhi di un bambino.

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Per il primo posto, dobbiamo confessare l’ingerenza del nostro debole per l’autore: si tratta infatti dell’etichetta dell’annata 1990, realizzata da Francis Bacon, grande amante del vino: con una delle sue tipiche modalità espressiva, dove l’artista non rinuncia mai alla figura ma la distorce modellando la materia a suo piacimento, realizza una danza magica intorno ad un bicchiere di vino rosso.

Quale migliore idea per accompagnare il piacere di degustare uno straordinario calice di Château Mouton Rothschild (magari proprio del 1990 [magari])?


English version

Art and wine have many elements in common: the hedonism, the pleasure of experience, personal or shared and, of course, the possibility to make culture intrinsically.

So is very natural for this two worlds to find often a meeting point. One of this tangency concern the aesthetic of the bottle, largerly characterized from the fashion of the label, following the idea that the container (the bottle) should have the same quality of the content (the wine).

This idea is more current than ever, accentuated and emphasized from the wine market’s rules, setted by marketing (and in this field we can put the new concept of wine design).

The first person understanding this, was Philippe de Rotschild, the maker of the Chateau Mouton Rotschild legend, one of the five Premier Cru Classé (the top of the local french wine’s quality pyramid) of Bordeaux. We are talking about the maximum.

His life itself was a real romance, made of richness, “dolce vita”, car racing and many beautiful women; but also made of the two world wars horror and of his wife’s death tragedy in a concentration camp.

When he was about 20 years old, he began to love the work in vineyards, one of the many, minor, family’s activities, and started to care of Puillac estate, near Bordeaux. In 1924 yet, he commissioned the graphic designer and advertiser Jean Carlu, who was influenced mainly by Art Decò style, to realize the label of that vintage.

The experiment was unique in that period, but it had a reboot in 1945 to celebrate the end of the second world war. Philippe de Rotschild asked to the artist Philippe Julian the making of a design for the label. In that vintage there were just few bottles because of the vineyars ravage. Julian drew a V (of victory of course), ornamented by laurel and branches of wine, symbol of the victory of the Allies.

Starting from 1945 each vintages of Chateau Mouton Rotschild was embellished by the most famous contemporary artists, who designed a special label. Anyone was rewarded with wine crates.

If we look at the different vintage labels, maybe the imagine most known is the one realized by Pablo Picasso and used in 1973. It’s the most important because it had a double goals: the first was to celebrate the great spanish artist (but the drawing is by 1959), the second was to celebrate in the same year the amazing advancement of the Chateau at Premier Cru Classè, goal of the baron de Rotschild’s life: this result is really awesome because from 1855, the years of the french wines legislation, the estate at the top were the same four.

Under an artistic point of view, the aries is the graphic element more present from 1945 to 2014, together with wine and the glass of wine. The aries, mouton in french, is drawi by different artist according to their personal style: we like the label of 1988 designed by Kaith Haring, where the two aries are drawn with the famous graphic sign, and the one of 1982, by John Huston, where the animal’s shape is natural.

You can see the labels, as well as in the museum at Puillac, on the official web site of Chateau Mouton Rotschild: you can check and choose the one that more like you.

Below we show you our personal best three ranking, starting from the third place (de gustibus non disputandum est!). In this case we exclude the 1997 realized by Nikki de Saint Phalle because we love it so much and it’ll be object of a specific post.

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Thirs place for the vintage of 2009, designed by Anish Kapoor: in his work, two indefinite red stains, that recall the wine but also the blood, emerge from a dark background creating an evocative fight between matters and undefined. Under another point of view, creates a meeting between light and darkness, according with the secular pictorical inquiry about this theme.

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The second place for 1970, designed by Marc Chagall: the painter chooses an imagine instantly linked withe the wine: a vineyard and a mom that give its fruits to the child. The scene is represented with the sensitivity typical of this artist, that often paints the reality through the childood’s freshness and purity.

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Now we have to admit the weakness for the next artist (we love him): in fact, our favourite label is the one of 1990, designed by Francis Bacon, who was a real wine lover himself. With his typical expression way, he does not give up to draw the human figure but warps it like he want. He realizes here a magic dance around a glass of red wine.

Which best idea for drive the pleasure to taste a wanderful glass of Chateau Mouton Rotschild (maybe the vintage of 1990?)

Milziade Antano Fattoria Colleallodole: genuina eccellenza

Il vino è certamente – anche – una questione di edonismo; e negli ultimi anni, accanto alla ricerca del piacere, è aumentata sempre di più l’incidenza del fattore moda nel consumo, specialmente nell’epoca in cui i social veicolano immagini e pensieri con la velocità di un click e il vino diventa status sYmbol modaiolo e godereccio (d’altronde giustamente). Quante volte, tra le immagini postate dai nostri “amici virtuali”, ci è capitato di vedere bellissime foto di bottiglie, delle più disparate etichette, e bicchieri contenenti il prezioso nettare? Benissimo, sarebbe ancora meglio però se dietro a questi scatti ci fosse la consapovelezza di quello che si sta bevendo: dietro ogni bottiglia di vino c’è una storia, che è fatta soprattutto di fatica e passione, da conoscere e da rispettare.

Fatica, passione, orgoglio e territorio sono certamente caratteristiche che rispecchiano bene l’azienda Milziade Antano Fattoria Colleallodole, situata in un fazzoletto di terra tra Bevagna e Montefalco: conoscere questa cantina e la filosofia che la guida è davvero un piacere per ogni appassionato di vino, prima dal punto di vista concettuale e poi trovando la sua sublimazione nell’assaggio dei suoi vini.

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Così abbiamo deciso di andarla a visitare per comprendere meglio questa realtà: l’esperienza è stata eccellente. Abbiamo avuto il piacere di conoscere un grande personaggio del mondo della viticoltura, Francesco Antano, che con grande disponibilità e gentilezza ci ha aperto le porte della sua cantina e ci ha fatto entrare nella dimensione più genuina del vino, ma anche più poetica se vogliamo, che poi è quella del rapporto tra l’uomo (in questo caso una famiglia) e la sua vigna.

L’azienda ovviamente punta molto sull’ autoctono e produce Sagrantino di Montefalco che non è un vino facile, né da realizzare e né da comprendere immediatamente; ma quando viene fatto a regola d’arte, e qui lo fanno così, una volta che se ne sorseggia un calice, ruba il cuore.

La cantina Milziade Antano è conosciuta e rispettata per via di oltre trent’anni alle spalle fatti di vendemmie, grandi bottiglie e successi; il suo nome è legato a un aspetto autentico, sicuramente più genuino, del mondo vinicolo, senza per questo tralasciare i sacrosanti aspetti commerciali che un’azienda vinicola deve obbligatoriamente curare per stare al passo, rapidissimo, del mercato.

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Una delle cose può belle che può succedere ad un amante del vino è che un produttore si apra a descrivere il suo vino, con semplicità e passione, in modo che dalle sue parole si possa carpire l’orgoglio e il legame con la tradizione e il territorio. Come detto, questa che poi alla fine è filosofia, arriva a sublimarsi nella degustazione dei prodotti. L’assaggio inizia dai bianchi, con il Bianco di Milziade, un blend di Trebbiano, Chardonnay, Pinot e Friulano: elegante, morbido, persistente, buon corpo.  

Con i rossi inizia un crescendo di profumi e aromi, in una sinfonia di gusto che affascina fino all’ultimo sorso. Sul Montefalco Rosso Riserva di Milziade Antano, Sangiovese 65% e poi un blend di Sagrantino, Merlot e Cabernet, confessiamo una nostra debolezza, è uno dei nostri preferiti in assoluto per equilibrio e corpo pieno oltre che per un mondo di profumi che richiamano principalmente quelli di bosco e di frutta sotto spirito.

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Sul Sagrantino, poche parole: semplicemente qui raggiunge uno dei suoi picchi qualitativi in assoluto, nel cru di Colleallodole che abbiamo assaggiato nella eccellente versione 2013. Fa circa 36/37 mesi di affinamento tra inox, botti grandi di rovere e bottiglia che lo preparano ad esaltare il vostro palato. Delizioso anche il Sagrantino Passito.

Questa azienda a conduzione famigliare, tramite il suo lavoro, rappresenta un’eccellenza umbra e ne è orgogliosamente consapevole; fa parte poi di un territorio dove esiste, o per lo meno così sembra da fuori, speriamo di non sbagliarci un bel lavoro di squadra tra i produttori, dove tutti comunque promuovono le loro individualità avendo compreso l’importanza di promuovere tutti assieme il “marchio” del Sagrantino.

Complimenti.

 

Cantina visitata il 22 luglio 2017

 

Casale del Giglio: tra passato e futuro

L’ascesa di Casale del Giglio tra le etichette più apprezzate è sotto gli occhi di tutti; prodotti con un buon rapporto qualità/prezzo uniti a una strategia marketing di successo, hanno reso celebre questo marchio sia in Italia che all’estero.

Era tanta la curiosità di conoscere da vicino l’organizzazione e la filosofia di questa azienda, così abbiamo deciso di organizzarci per una visita; Casale del Giglio si trova in località Le Ferriere, comune di Aprilia, una zona pianeggiante e a due passi dal mare.

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Arrivando in auto, poco prima di imboccare l’ampio vialone d’ingresso, alcune indicazioni  conducono al sito archeologico dell’antica Satricum: si tratta di una città di epoca pre romana risalente al IX secolo avanti Cristo. Proprio qui l’azienda vinicola sta sostenendo un progetto di studio in collaborazione con prestigiose istituzioni nazionali e internazionali: il legame con l’antica città è forte e idealmente rappresentato dal ritrovamento di un calice usato per bere vino, risalente al V secolo a.c.: i nomi di alcune etichette sono ispirati proprio a questo sito.
Qui, passato e futuro sono due parole molto importanti. La tradizione vinicola risale agli inizi del ‘900, quando ad Amatrice fu fondata la Ditta Bernardino Santarelli & Figli, specializzatasi nel mercato del vino. Dopo aver aperto diversi negozi “vini e oli” a Roma, negli anni ‘60 la famiglia acquista Casale del Giglio e intorno alla metà degli anni ‘80 dà vita a un ampio progetto di ricerca e sperimentazione, avvalendosi della collaborazione dei migliori ampelografi e ricercatori universitari per esplorare le potenzialità di una zona del tutto nuova sotto questo punto di vista.

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Il concept è semplice e allo stesso innovativo: si è puntato sulla ricerca per ottenere vini di qualità, in territori non tradizionalmente adibiti alla produzione, una netta cesura rispetto alla maggior parte della produzione italiana legata ad areali storici. Il modello di riferimento non è più quello dei grandi produttori e delle celebri etichette europee: al contrario, lo diventano i modelli di coltivazione in tutti quei territori dove la cultura del vino è recente e sviluppatasi grazie alle competenze dei migliori esperti, che hanno permesso di ottenere produzioni di altissima qualità in zone relativamente sconosciute al mondo vitivinicolo fino a qualche decennio fa, come per esempio l’Australia e la California che hanno in comune con Casale del Giglio la vicinanza con la costa. Altro riferimento è Bordeaux, che presenta similarità a livello di consistenza del terreno.  

La sperimentazione è stata imponente e condotta con rigore scientifico: a testimonianza di questa attività, durante la visita, si attraversa un lungo corridoio che conduce alla cantina dove sono visibili i risultati, riassunti nelle numerose bottiglie “prototipo” che raccontano le prove effettuate con tantissimi vitigni, nazionali e internazionali.

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La vista dal tetto, che spazia quasi a 360 gradi su infinite distese di filari, è sicuramente suggestiva ed è davvero piacevole visitare il laghetto naturale sorto proprio accanto al casale. Arriva però finalmente il momento della degustazione e la nostra scelta ricade su cinque etichette, due bianchi e tre rossi, tra cui naturalmente non può mancare il re dei vini di Casale del Giglio, il Mater Matuta.

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Tra i bianchi decidiamo di assaggiare il Petit Manseng e il Bellone, provando quindi un vino realizzato da un’uva internazionale (l’areale di riferimento è la Francia pirenaica) e uno prodotto con l’uva locale per eccellenza, il Bellone (che in queste zone può assumere la denominazione più gergale di Cacchione).

Siamo grandi estimatori del Bellone, l’Antium, che qui abbiamo assaggiato nella sua annata 2015: grande equilibrio e buona struttura, corroborata dalla macerazione sulle bucce che favorisce l’estrazione degli aromi.

Sorprendente il Petit Manseng 2014 che sta dando davvero buoni risultati, distinguendosi grazie una buona freschezza e una buona sapidità.

Per quanto riguarda i rossi, non potevamo non optare per lo Shiraz, grande classico di questa azienda. Migliore però, a nostro giudizio, il Cabernet Sauvignon, persistente e di gran corpo, sostenuto da un tannino vellutato.
Dulcis in fundo il top di gamma, il Mater Matuta: Syrah, di gran carattere, ingentilito dai suoi tannini dolci, con un tocco di Petit Verdot che irrobustisce corpo e struttura. Il nome deriva un’antica divinità italica protettrice della fertilità il cui culto era molto diffuso nell’Italia centrale. Questo vino si ricollega idealmente alla città di Satricum, descritta all’inizio del post, in quanto vi sorgeva un tempio dedicata alla dea.

Questo vino già da solo varrebbe il viaggio ed il tempo speso per la visita, se non fosse che Casale del Giglio è davvero un bel posto da scoprire. Alla fine, riprendendo la macchina e ripercorrendo il viale per andarsene, si ha davvero la sensazione di un luogo dove passato e futuro si compenetrano.

Cantina visitata il 15 luglio 2017