Il Giardino dei Tarocchi, un gioiello incastonato nella maremma

L’avevamo promesso: torniamo ad occuparci dello Chateau Mouton Rotschild, anche se solo come input, in un apposito post, per raccontarvi una storia davvero affascinante.

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Come detto, l’etichetta del 1997 viene affidata a Niki de saint Phalle e richiama alcuni elementi del suo più grande progetto artistico: il Giardino dei Tarocchi.

Viene disegnata una bottiglia di vino e un bicchiere in onore del barone e un candelabro in memoria della fede giudaica della dinastia Rothschild. La testa di sfinge ricorda uno degli arcani maggiori, l’Imperatrice, che è la grande Dea, la regina del cielo e “Nana-fontaine”, personificazione di una fontana, posta in basso a sinistra, che non solo regge l’etichetta fungendo da piedistallo, ma è la scultura situata nel centro di Capalbio.  Poi c’è un serpente schiacciato da una mano, forse è una zampa della sfinge e ci sono delle vignette che racchiudono le parole “cou cou” per ricordare che Niki è francese.

Tutte le forme delineate sono colorate da tonalità accese come lo sono le sculture ricoperte da tessere di ceramica e vetro che trionfano nel giardino dei Tarocchi.

Per Niki non è una novità dialogare con ambiti non prettamente legati al mondo dell’arte figurativa, già nel 1982 aveva creato un profumo “Niki” per la Jaqueline Cochran Company i cui ricavati servirono a finanziare i lavori del giardino.

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Nel 1997 mentre venne chiesto a Mario Botta di creare un padiglione intorno al giardino e in contrasto con questo, il barone decise di affidare alla scultrice il compito di esaltare l’estetica del suo vino.

Il giardino è una vera perla custodita in Toscana, a Garavicchio, dove una donna con una grande passione per la bellezza e per l’arte ha riprodotto gli arcani maggiori dei Tarocchi, con l’aiuto di numerosi professionisti e amatori che l’hanno accompagnata dal 1979 fino al 2002, anno della sua morte.

Il risultato è originale e meraviglioso: è  frutto di capacità che solo le menti geniali possiedono.

Il giardino isolato è un concentrato di forme, colori e suoni. Chiunque varca l’ingresso, inizia a camminare creandosi delle aspettative, ma non appena si imbatte nella prima scultura visibile, la Papessa e il Mago, si dimentica di tutto e viene rapito dall’atmosfera magica e quasi sovrannaturale del posto.

È contaminazione di stili e tecniche, con la precisa volontà di richiamare ciò che è stato già fatto, senza copiare nessuno, esattamente come avrebbe fatto un artista rinascimentale. E così ogni visitatore ci può ri-conoscere il Parc Güell di Gaudì e le Watts Towers californiane di Rodia, le bocche mostruose di Bomarzo e le fontane di Villa d’Este, il Palazzo ideale naif di Cheval, la Cappella Sistina michelangiolesca e l’ultima Cena leonardesca. Poi Kandinsky, Klee e Matisse.

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È un trionfo di colori e forme diverse che raccontano storie diverse ma senza declamare nessuna verità assoluta.

È un percorso spirituale, un percorso di fede, è una visione della vita secondo Niki che tocca tematiche profonde attraverso i XXI arcani maggiori (Il Mago, la Papessa, l’Imperatrice, l’Imperatore, il Papa,  gli Innamorati, il Carro, la Giustizia, l’Eremita, la Ruota della Fortuna, la Forza, l’Impiccato, la Morte, la Temperanza, il Diavolo, la Torre di Babele, la Stella, la Luna, il Sole, il Giudizio e il Mondo): l’Imperatrice pone un interrogativo e la soluzione è interna al Mondo.

Ma ogni arcano ha doppia valenza: positivo-negativo, Bene-Male, salvezza-dannazione, quindi ogni essere umano è libero di fare il proprio percorso ed avere la propria chiave di lettura.

C’è un unico arcano non numerato, potrebbe essere la carta 0, quindi da collocare prima del Mago, o da considerare carta XXII, quindi dopo il Mondo, come in questo caso, ed è il Folle.

È un girovago col bastone che simboleggia l’istinto, il distacco dalla mente e la parte irrazionale dell’uomo verso il Bene o il Male ed è nascosto rispetto a tutte le altre sculture, va cercato. Alcuni lo trovano all’inizio del cammino, altri solo alla fine, altri ancora non lo trovano affatto ma in senso spirituale ha un solo significato: il passaggio ad un altro livello di consapevolezza.

Il giardino è per questo catarsi e introspezione, è esoterismo ma anche edonismo.

Come ricorda l’iscrizione su una lastra all’ingresso, il giardino è una “fragile opera d’arte che ha bisogno di una continua cura” (per questo chiuso in autunno e inverno) e “un posto metafisico e di meditazione, un luogo lontano dalla folla e dall’incalzare del tempo, dove è possibile assaporare le sue tante bellezze.

UN POSTO CHE FACCIA GIOIRE GLI OCCHI ED IL CUORE”.

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Etichette d’artista: Château Mouton Rothschild (with english version)


Arte e vino hanno diversi elementi in comune: l’aspetto edonistico, il piacere dell’esperienza, personale o condivisa, e ovviamente la capacità intrinseca di fare cultura. È quindi del tutto naturale che i due mondi trovino spesso l’occasione per incontrarsi. Una di queste tangenze riguarda l’estetica della bottiglia, in gran parte determinata dal fascino di un’etichetta, secondo l’idea che il contenitore debba rispecchiare la qualità del contenuto (quindi del vino). Il concetto è più attuale che mai, accentuato, ed estremizzato, dalla competitività di un mercato regolato a colpi di marketing (ambito in cui si pone essenzialmente anche il recente sviluppo del wine design).

Uno dei primi a capirlo, se non il primo in assoluto, è stato Philippe de Rotschild, ovvero l’artefice principale di quella che può essere chiamata la leggenda dello Château Mouton Rothschild, uno dei cinque Premier Cru Classé (l’elité assoluta della piramide qualitativa dei vini francesi in quella zona) di Bordeaux. Parliamo insomma davvero del top.

La vita stessa del barone è stata un vero e proprio romanzo, caratterizzata da ricchezza, bella vita (parigina), corse in automobile, numerose donne affascinanti ma anche dall’orrore di due guerre mondiali e dalla tragica morte della moglie in un campo di concentramento.

Intorno ai vent’anni iniziò ad appassionarsi all’attività di vignaiolo, una delle tante, minori, attività della potente famiglia, ed iniziò ad occuparsi della tenuta di Puillac, vicino Bordeaux. Già nel 1924 incaricò al grafico e pubblicitario Jean Carlu, il cui stile era influenzato principalmente dall’Art Decò, di realizzare l’etichetta di quell’annata. L’esperimento non ebbe seguito nell’immediato, ma fu ripreso nel 1945 quando, per festeggiare la fine del secondo conflitto mondiale, fu chiesto all’artista Philippe Jullian di realizzare un disegno da utilizzare nell’etichetta delle bottiglie di quell’anno, purtroppo poche per via dei tragici eventi e del conseguente sconquasso delle vigne: stilisticamente il risultato fu il disegno di una V (di vittoria), ornata con alloro e rami di vite, chiaro riferimento alla vittoria degli alleati.
Da quel momento, ogni annata del celebre Château fu impreziosita dalla riproduzione di un’opera realizzata appositamente dai nomi più illustri dell’arte contemporanea. E ognuno di loro, ovviamente, fu ricompensato con diverse casse di prezioso vino.

Scorrendo le varie annate, l’immagine più nota è probabilmente quella di Pablo Picasso relativa al 1973 e indubbiamente la più significativa, che adempie a un duplice scopo: uno è omaggiare l’artista nell’anno della sua morte, il disegno è del 1959, e l’altro è celebrare la straordinaria promozione dello Château Mouton Rothschild a Premier Cru Classè, obiettivo di tutta la vita del Barone de Rotschild. Questo risultato infatti è davvero eccezionale se si pensa che dal 1855, anno in cui la Francia classificò i suoi vini, gli Château al vertice furono sempre gli stessi quattro.

Da un punto di vista artistico, l’elemento grafico più ricorrente dal 1945 al 2014, oltre al vino e al bicchiere, è l’ariete, mouton appunto, che viene ripreso più volte dagli artisti, rappresentandolo e declinandolo in base allo stile personale: tra le più belle, le etichette Keith Haring per l’annata 1988, dove i due animali vengono disegnati secondo il celeberrimo codice grafico, e quella di John Huston per la 1982, che rimane invece nel campo del figurativismo naturale.

Tutte le etichette sono visibili, oltre che in loco dove è stato creato un museo, sul sito internet dello Château Mouton Rothschild: potrete farvene un’idea e valutare quelle che  vi piacciono di più.

Di seguito vi proponiamo la nostra personale classifica delle prime tre, partendo dal gradino più basso del podio (de gustibus non disputandum est!). Per il momento escludiamo la 1997 con la creazione di Nikki de Saint Phalle: proprio perchè ci piace tanto, sarà oggetto di un post ad hoc.

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Al terzo posto l’etichetta dell’annata 2009, che porta la firma di Anish Kapoor: nel suo lavoro,  due macchie indefinite di colore rosso, che richiamano elementi come il vino ma anche come il sangue, emergono da uno sfondo scuro evocando un suggestivo contrasto tra materia e indefinito che, visto in un’altra ottica ancora, partecipa alla secolare indagine pittorica sull’incontro tra luce e ombra.

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Piazza d’onore per l’annata 1970, con la creazione di Marc Chagall: il pittore sceglie un’immagine immediatamente riconducibile al vino, con una pianta di vite e una mamma che porge i suoi frutti al bambino, il tutto rappresentato con la sensibilità propria di questo artista che spesso nei suoi lavori filtra la realtà attraverso la freschezza e la purezza degli occhi di un bambino.

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Per il primo posto, dobbiamo confessare l’ingerenza del nostro debole per l’autore: si tratta infatti dell’etichetta dell’annata 1990, realizzata da Francis Bacon, grande amante del vino: con una delle sue tipiche modalità espressiva, dove l’artista non rinuncia mai alla figura ma la distorce modellando la materia a suo piacimento, realizza una danza magica intorno ad un bicchiere di vino rosso.

Quale migliore idea per accompagnare il piacere di degustare uno straordinario calice di Château Mouton Rothschild (magari proprio del 1990 [magari])?


English version

Art and wine have many elements in common: the hedonism, the pleasure of experience, personal or shared and, of course, the possibility to make culture intrinsically.

So is very natural for this two worlds to find often a meeting point. One of this tangency concern the aesthetic of the bottle, largerly characterized from the fashion of the label, following the idea that the container (the bottle) should have the same quality of the content (the wine).

This idea is more current than ever, accentuated and emphasized from the wine market’s rules, setted by marketing (and in this field we can put the new concept of wine design).

The first person understanding this, was Philippe de Rotschild, the maker of the Chateau Mouton Rotschild legend, one of the five Premier Cru Classé (the top of the local french wine’s quality pyramid) of Bordeaux. We are talking about the maximum.

His life itself was a real romance, made of richness, “dolce vita”, car racing and many beautiful women; but also made of the two world wars horror and of his wife’s death tragedy in a concentration camp.

When he was about 20 years old, he began to love the work in vineyards, one of the many, minor, family’s activities, and started to care of Puillac estate, near Bordeaux. In 1924 yet, he commissioned the graphic designer and advertiser Jean Carlu, who was influenced mainly by Art Decò style, to realize the label of that vintage.

The experiment was unique in that period, but it had a reboot in 1945 to celebrate the end of the second world war. Philippe de Rotschild asked to the artist Philippe Julian the making of a design for the label. In that vintage there were just few bottles because of the vineyars ravage. Julian drew a V (of victory of course), ornamented by laurel and branches of wine, symbol of the victory of the Allies.

Starting from 1945 each vintages of Chateau Mouton Rotschild was embellished by the most famous contemporary artists, who designed a special label. Anyone was rewarded with wine crates.

If we look at the different vintage labels, maybe the imagine most known is the one realized by Pablo Picasso and used in 1973. It’s the most important because it had a double goals: the first was to celebrate the great spanish artist (but the drawing is by 1959), the second was to celebrate in the same year the amazing advancement of the Chateau at Premier Cru Classè, goal of the baron de Rotschild’s life: this result is really awesome because from 1855, the years of the french wines legislation, the estate at the top were the same four.

Under an artistic point of view, the aries is the graphic element more present from 1945 to 2014, together with wine and the glass of wine. The aries, mouton in french, is drawi by different artist according to their personal style: we like the label of 1988 designed by Kaith Haring, where the two aries are drawn with the famous graphic sign, and the one of 1982, by John Huston, where the animal’s shape is natural.

You can see the labels, as well as in the museum at Puillac, on the official web site of Chateau Mouton Rotschild: you can check and choose the one that more like you.

Below we show you our personal best three ranking, starting from the third place (de gustibus non disputandum est!). In this case we exclude the 1997 realized by Nikki de Saint Phalle because we love it so much and it’ll be object of a specific post.

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Thirs place for the vintage of 2009, designed by Anish Kapoor: in his work, two indefinite red stains, that recall the wine but also the blood, emerge from a dark background creating an evocative fight between matters and undefined. Under another point of view, creates a meeting between light and darkness, according with the secular pictorical inquiry about this theme.

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The second place for 1970, designed by Marc Chagall: the painter chooses an imagine instantly linked withe the wine: a vineyard and a mom that give its fruits to the child. The scene is represented with the sensitivity typical of this artist, that often paints the reality through the childood’s freshness and purity.

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Now we have to admit the weakness for the next artist (we love him): in fact, our favourite label is the one of 1990, designed by Francis Bacon, who was a real wine lover himself. With his typical expression way, he does not give up to draw the human figure but warps it like he want. He realizes here a magic dance around a glass of red wine.

Which best idea for drive the pleasure to taste a wanderful glass of Chateau Mouton Rotschild (maybe the vintage of 1990?)

Milziade Antano Fattoria Colleallodole: genuina eccellenza

Il vino è certamente – anche – una questione di edonismo; e negli ultimi anni, accanto alla ricerca del piacere, è aumentata sempre di più l’incidenza del fattore moda nel consumo, specialmente nell’epoca in cui i social veicolano immagini e pensieri con la velocità di un click e il vino diventa status sYmbol modaiolo e godereccio (d’altronde giustamente). Quante volte, tra le immagini postate dai nostri “amici virtuali”, ci è capitato di vedere bellissime foto di bottiglie, delle più disparate etichette, e bicchieri contenenti il prezioso nettare? Benissimo, sarebbe ancora meglio però se dietro a questi scatti ci fosse la consapovelezza di quello che si sta bevendo: dietro ogni bottiglia di vino c’è una storia, che è fatta soprattutto di fatica e passione, da conoscere e da rispettare.

Fatica, passione, orgoglio e territorio sono certamente caratteristiche che rispecchiano bene l’azienda Milziade Antano Fattoria Colleallodole, situata in un fazzoletto di terra tra Bevagna e Montefalco: conoscere questa cantina e la filosofia che la guida è davvero un piacere per ogni appassionato di vino, prima dal punto di vista concettuale e poi trovando la sua sublimazione nell’assaggio dei suoi vini.

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Così abbiamo deciso di andarla a visitare per comprendere meglio questa realtà: l’esperienza è stata eccellente. Abbiamo avuto il piacere di conoscere un grande personaggio del mondo della viticoltura, Francesco Antano, che con grande disponibilità e gentilezza ci ha aperto le porte della sua cantina e ci ha fatto entrare nella dimensione più genuina del vino, ma anche più poetica se vogliamo, che poi è quella del rapporto tra l’uomo (in questo caso una famiglia) e la sua vigna.

L’azienda ovviamente punta molto sull’ autoctono e produce Sagrantino di Montefalco che non è un vino facile, né da realizzare e né da comprendere immediatamente; ma quando viene fatto a regola d’arte, e qui lo fanno così, una volta che se ne sorseggia un calice, ruba il cuore.

La cantina Milziade Antano è conosciuta e rispettata per via di oltre trent’anni alle spalle fatti di vendemmie, grandi bottiglie e successi; il suo nome è legato a un aspetto autentico, sicuramente più genuino, del mondo vinicolo, senza per questo tralasciare i sacrosanti aspetti commerciali che un’azienda vinicola deve obbligatoriamente curare per stare al passo, rapidissimo, del mercato.

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Una delle cose può belle che può succedere ad un amante del vino è che un produttore si apra a descrivere il suo vino, con semplicità e passione, in modo che dalle sue parole si possa carpire l’orgoglio e il legame con la tradizione e il territorio. Come detto, questa che poi alla fine è filosofia, arriva a sublimarsi nella degustazione dei prodotti. L’assaggio inizia dai bianchi, con il Bianco di Milziade, un blend di Trebbiano, Chardonnay, Pinot e Friulano: elegante, morbido, persistente, buon corpo.  

Con i rossi inizia un crescendo di profumi e aromi, in una sinfonia di gusto che affascina fino all’ultimo sorso. Sul Montefalco Rosso Riserva di Milziade Antano, Sangiovese 65% e poi un blend di Sagrantino, Merlot e Cabernet, confessiamo una nostra debolezza, è uno dei nostri preferiti in assoluto per equilibrio e corpo pieno oltre che per un mondo di profumi che richiamano principalmente quelli di bosco e di frutta sotto spirito.

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Sul Sagrantino, poche parole: semplicemente qui raggiunge uno dei suoi picchi qualitativi in assoluto, nel cru di Colleallodole che abbiamo assaggiato nella eccellente versione 2013. Fa circa 36/37 mesi di affinamento tra inox, botti grandi di rovere e bottiglia che lo preparano ad esaltare il vostro palato. Delizioso anche il Sagrantino Passito.

Questa azienda a conduzione famigliare, tramite il suo lavoro, rappresenta un’eccellenza umbra e ne è orgogliosamente consapevole; fa parte poi di un territorio dove esiste, o per lo meno così sembra da fuori, speriamo di non sbagliarci un bel lavoro di squadra tra i produttori, dove tutti comunque promuovono le loro individualità avendo compreso l’importanza di promuovere tutti assieme il “marchio” del Sagrantino.

Complimenti.

 

Cantina visitata il 22 luglio 2017

 

Casale del Giglio: tra passato e futuro

L’ascesa di Casale del Giglio tra le etichette più apprezzate è sotto gli occhi di tutti; prodotti con un buon rapporto qualità/prezzo uniti a una strategia marketing di successo, hanno reso celebre questo marchio sia in Italia che all’estero.

Era tanta la curiosità di conoscere da vicino l’organizzazione e la filosofia di questa azienda, così abbiamo deciso di organizzarci per una visita; Casale del Giglio si trova in località Le Ferriere, comune di Aprilia, una zona pianeggiante e a due passi dal mare.

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Arrivando in auto, poco prima di imboccare l’ampio vialone d’ingresso, alcune indicazioni  conducono al sito archeologico dell’antica Satricum: si tratta di una città di epoca pre romana risalente al IX secolo avanti Cristo. Proprio qui l’azienda vinicola sta sostenendo un progetto di studio in collaborazione con prestigiose istituzioni nazionali e internazionali: il legame con l’antica città è forte e idealmente rappresentato dal ritrovamento di un calice usato per bere vino, risalente al V secolo a.c.: i nomi di alcune etichette sono ispirati proprio a questo sito.
Qui, passato e futuro sono due parole molto importanti. La tradizione vinicola risale agli inizi del ‘900, quando ad Amatrice fu fondata la Ditta Bernardino Santarelli & Figli, specializzatasi nel mercato del vino. Dopo aver aperto diversi negozi “vini e oli” a Roma, negli anni ‘60 la famiglia acquista Casale del Giglio e intorno alla metà degli anni ‘80 dà vita a un ampio progetto di ricerca e sperimentazione, avvalendosi della collaborazione dei migliori ampelografi e ricercatori universitari per esplorare le potenzialità di una zona del tutto nuova sotto questo punto di vista.

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Il concept è semplice e allo stesso innovativo: si è puntato sulla ricerca per ottenere vini di qualità, in territori non tradizionalmente adibiti alla produzione, una netta cesura rispetto alla maggior parte della produzione italiana legata ad areali storici. Il modello di riferimento non è più quello dei grandi produttori e delle celebri etichette europee: al contrario, lo diventano i modelli di coltivazione in tutti quei territori dove la cultura del vino è recente e sviluppatasi grazie alle competenze dei migliori esperti, che hanno permesso di ottenere produzioni di altissima qualità in zone relativamente sconosciute al mondo vitivinicolo fino a qualche decennio fa, come per esempio l’Australia e la California che hanno in comune con Casale del Giglio la vicinanza con la costa. Altro riferimento è Bordeaux, che presenta similarità a livello di consistenza del terreno.  

La sperimentazione è stata imponente e condotta con rigore scientifico: a testimonianza di questa attività, durante la visita, si attraversa un lungo corridoio che conduce alla cantina dove sono visibili i risultati, riassunti nelle numerose bottiglie “prototipo” che raccontano le prove effettuate con tantissimi vitigni, nazionali e internazionali.

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La vista dal tetto, che spazia quasi a 360 gradi su infinite distese di filari, è sicuramente suggestiva ed è davvero piacevole visitare il laghetto naturale sorto proprio accanto al casale. Arriva però finalmente il momento della degustazione e la nostra scelta ricade su cinque etichette, due bianchi e tre rossi, tra cui naturalmente non può mancare il re dei vini di Casale del Giglio, il Mater Matuta.

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Tra i bianchi decidiamo di assaggiare il Petit Manseng e il Bellone, provando quindi un vino realizzato da un’uva internazionale (l’areale di riferimento è la Francia pirenaica) e uno prodotto con l’uva locale per eccellenza, il Bellone (che in queste zone può assumere la denominazione più gergale di Cacchione).

Siamo grandi estimatori del Bellone, l’Antium, che qui abbiamo assaggiato nella sua annata 2015: grande equilibrio e buona struttura, corroborata dalla macerazione sulle bucce che favorisce l’estrazione degli aromi.

Sorprendente il Petit Manseng 2014 che sta dando davvero buoni risultati, distinguendosi grazie una buona freschezza e una buona sapidità.

Per quanto riguarda i rossi, non potevamo non optare per lo Shiraz, grande classico di questa azienda. Migliore però, a nostro giudizio, il Cabernet Sauvignon, persistente e di gran corpo, sostenuto da un tannino vellutato.
Dulcis in fundo il top di gamma, il Mater Matuta: Syrah, di gran carattere, ingentilito dai suoi tannini dolci, con un tocco di Petit Verdot che irrobustisce corpo e struttura. Il nome deriva un’antica divinità italica protettrice della fertilità il cui culto era molto diffuso nell’Italia centrale. Questo vino si ricollega idealmente alla città di Satricum, descritta all’inizio del post, in quanto vi sorgeva un tempio dedicata alla dea.

Questo vino già da solo varrebbe il viaggio ed il tempo speso per la visita, se non fosse che Casale del Giglio è davvero un bel posto da scoprire. Alla fine, riprendendo la macchina e ripercorrendo il viale per andarsene, si ha davvero la sensazione di un luogo dove passato e futuro si compenetrano.

Cantina visitata il 15 luglio 2017

Le Marche picene (II parte): Offida

Nell’ultimo post, vi avevamo raccontato della splendida chiesa di Santa Maria della Rocca e del misterioso Maestro d’Offida. Lasciandola, ci dirigiamo verso il centro di Offida, con l’obiettivo di assaggiare finalmente alcuni dei prodotti enologici del territorio.

Il cuore di questo borgo è la Piazza del Popolo: un vero e proprio salotto, la cui pianta triangolare rappresenta un’ elegante chicca urbanistica. Ogni suo elemento è in accordo con il contesto; su un lato vi si affaccia il Palazzo Comunale, probabilmente edificato a cavallo dell’XI e XII secolo e ingentilito da un rinascimentale portico del ‘400.

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Dall’altra parte, invece c’è la settecentesca collegiata di Santa Maria Assunta con la sua facciata ottocentesca caratterizzata dalla fusione di più stili, anche se tendenzialmente classicista.

Proprio di fronte la chiesa troviamo lo showroom dell’azienda vitivinicola Ciù Ciù, una delle più rappresentative di questo territorio e sede della nostra degustazione di oggi. Assaggiare buon vino in una graziosa scenografia architettonica è un privilegio tutto italiano, fortunatamente caratteristica della nostra meravigliosa penisola.

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All’interno veniamo accolti con estrema gentilezza e tutto si svolge in un’atmosfera molto cordiale, quasi casalinga. Ci viene introdotta la storia dell’azienda, fondata nel 1970 dalla famiglia Bartolomei, che oggi possiede più di 150 ettari di vigneti per lo più nelle colline intorno a Offida, luogo privilegiato per la coltivazione del Montepulciano: questo vitigno infatti ama la brezza proveniente dall’Adriatico che lambisce questi pendii, che hanno un’altezza media intorno ai 300 metri; senza il verificarsi di queste condizioni quest’uva rimane molto ostica e difficilmente darà risultati qualitativamente validi.

Pecorino e Passerina, oltre al già citato Montepulciano: sono i tre i vitigni autoctoni che accompagnano l’azienda dalla fondazione, in un’evoluzione che inizia dalla vendita di vino sfuso per affinarsi in maniera costante e crescente in un produzione di qualità che è quella che la caratterizza ora. Nel tempo, grazie ad un’intensa attività di sperimentazione, hanno aggiunto anche vitigni internazionali come il cabernet, il merlot e lo chardonnay che hanno dato dei buoni risultati.

Iniziamo questo viaggio all’interno dei sapori e delle sensazioni dei vini Ciù Ciù partendo proprio da un grande classico del territorio piceno che è il “Merlettaie”, annata 2015, un pecorino in purezza che rientra nella DOCG Offida Pecorino. Il nome deriva da una delle tradizioni più importanti e conosciute di Offida, l’arte del merletto a tombolo, tramandata per cinque secoli da madre a figlia: un omaggio al paese e alle sue donne per un vino di personalità, esaltato dal passaggio in botte di rovere, che ben rappresenta il territorio.

Tra i rossi, interessante il “San Carro” 2015, un blend di uve barbera (presente tra i vigneti dell’azienda fin dalla fondazione), sangiovese e merlot; piacevole il Rosso Piceno Superiore “Gotico” del 2013, con il suo lungo finale fruttato e il suo buon corpo.  

Molto convincente secondo noi è l’Offida Rosso “Esperanto” che abbiamo assaggiato nella sua annata 2010. Si tratta di un elegante incontro tra Montepulciano, vitigno che come abbiamo visto è nella tradizione di questo territorio, e Cabernet Sauvignon, ricco del suo fascino internazionale. E’ un vino quindi che seduce già nel suo concept ma che non delude all’analisi organolettica, con il suo ampio panorama di profumi e la sua imponente architettura gustativa, equilibrata, rotonda e di gran corpo.

Molteplici sono le suggestioni che evoca rispecchiando d’altronde un territorio dove il panorama può cambiare radicalmente in poco spazio, sfumando dalla maestosità delle montagne fino alla morbide onde dell’Adriatico.

Ringraziamo quindi l’Azienda Ciù Ciù per l’accoglienza e certamente torneremo presto in questa meravigliosa regione.

 

Offida, visitata il 18 giugno 2017

Le Marche picene (I parte): Offida

La varietà di paesaggi che le Marche possono offrire ad un viaggiatore, rispecchiando la declinazione al plurale del nome, può essere sorprendente: da nord a sud lo scenario cambia, anche notevolmente, offrendo continuamente nuovi orizzonti e nuove peculiarità, con l’unica costante del bello. Si tratta di una regione particolare perché priva di un grande agglomerato urbano, ma con diversi centri medio-piccoli che hanno avuto un loro florido sviluppo in campo culturale ed economico (ricordiamo che il Made in Italy deve molto alle Marche!).

E’ una regione che racconteremo spesso in questo blog, ma per iniziare questo viaggio, partiamo dai morbidi pendii che caratterizzano il territorio tra la città di Ascoli e il mare Adriatico, una delle zone privilegiate della cultura enologica marchigiana, per qualità di produzione e per bellezza del paesaggio. Uno dei centri principali è Offida, cuore della viticoltura marchigiana e sede di una delle due enoteche regionali (l’altra è a Jesi). L’istituzione della DOCG Offida premia gli sforzi dei viticoltori locali nel credere nei due principali vitigni autoctoni della zona: pecorino e passerina. La denominazione si estende anche all’Offida Rosso, un intrigante vino base di Montepulciano (almeno per l’85%), a cui possono essere aggiunti altri vitigni a bacca rossa, principalmente il Cabernet Sauvignon.

Dal punto di vista del paesaggio, è un territorio meraviglioso, dove vigne e uliveti si estendono a perdita d’occhio, tra il mare e le sagome maestose del Gran Sasso in lontananza e del Vettore.

Questa terra è intrisa di storia e legata ad un popolo, quello dei Piceni, che abitarono qui fin dal 1000 a.c.: la leggenda narra che vi si stabilirono seguendo la migrazione di un uccello sacro, il picchio, ancora oggi simbolo di tutto il territorio.

Per la sua connotazione urbanistica storica perfettamente conservata, ancora protetta dalle  mura risalenti al XV secolo, Offida è iscritta tra i borghi più belli d’Italia: tra la ricca offerta culturale che il paese propone, la visita potrebbe iniziare da quello che è il suo gioiello artistico, la chiesa di Santa Maria della Rocca.

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L’edificio, databile intorno al 1330, sorge in un luogo già di per sé suggestivo, su uno sperone di roccia, con tre lati a strapiombo tra le valli del Tronto e del Tesino. Qui, su una preesistente chiesetta benedettina di origine longobarda è stata ricostruita la chiesa attuale in laterizio, secondo uno stile che può essere considerato una commistione, non rara in provincia, tra romanico e gotico. L’imponenza dell’esterno è mitigata dalla ritmicità delle eleganti lesene, mentre l’interno a navata unica è alleggerito dall’arco a sesto acuto che separa l’abside dal resto della chiesa. Proprio nell’abside trova spazio la decorazione pittorica della chiesa, opera di un artista di cui non si conosce il nome ma che è noto come il Maestro di Offida.

Ovviamente sono nulle le notizie biografiche su questo ignoto pittore, che deve il suo appellativo proprio a questo ciclo di affreschi, considerato il suo capolavoro; l’arco cronologico in cui si svolse la sua carriera si estende all’incirca dal quarto al settimo decennio del XIV secolo e la sua area di azione è abbastanza ampia per l’epoca considerando l’attribuzione al suo catalogo di un trittico nella chiesa di Santa Maria della Rebatana a Tursi, in Basilicata.

Negli ultimi anni sono stati numerosi i contributi da parte di storici dell’arte per cercare di svelarne l’identità; allo stato attuale, sembrerebbe molto accreditata l’ipotesi di riconoscere in lui il pittore abruzzese Luca da Atri. Ma al di là di chi fosse stato veramente, anche se scoprirlo con certezza sarebbe un bel passo avanti per lo studio della cultura artistica di queste parto, il Maestro di Offida si distingue per la qualità del suo lavoro, una sintesi tra l’insegnamento di Giotto, appreso tramite la diffusione dello stile del maestro fiorentino in area adriatica a seguito al suo soggiorno a Rimini, con lo stile cortese predominante (gotico internazionale) all’epoca e che è visibile anche nel ciclo decorativo qui a Offida: le storie dei Santa Caterina di Alessandria e di Santa Lucia, l’Incoronazione della Vergine e la Crocifissione sono dipinte con un accento realistico, di stampo giottesco, ma con una resa dei dettagli e una ricchezza di particolari che richiama gli interessi delle corti.

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Usciti da questo luogo, i pochi passi necessari ad arrivare fino alla bellissima (nonché di insolita forma triangolare) Piazza del Popolo, servono a riflettere ancora qualche minuto sulla suggestione derivante dalla visita e, perché no, sull’identità di questo artista che rimane tutt’oggi avvolto nel mistero. Arrivati in centro però, è vivamente consigliato ristorarsi godendo dell’altra grande tradizione di Offida, quella enologica: d’altronde già arrivando in macchina, ci si accorge che il paese è letteralmente circondato da vigne.

La nostra scelta questa volta è ricaduta un locale che si affaccia proprio sulla piazza, gestito, con grande cortesia e competenza, dall’Azienda Vitivinicola Ciù Ciù, uno dei produttori che più ha investito e creduto nelle potenzialità di questo territorio.

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La prossima settimana, mentre voi ragionate sull’identità del Maestro d’Offida, vi racconteremo la degustazione e i vini che abbiamo assaggiato…(continua)

 

 

Chi siamo

Ciao! Mi chiamo Luca e sono nato a Roma (sull’ Isola Tiberina!) nel 1982. Sono laureato in storia dell’arte e con Daniele abbiamo deciso di iniziare a scrivere questo blog per raccontare la nostra passione per il vino.

 

L’ obiettivo è contribuire a valorizzare il nostro ineguagliabile patrimonio culturale e enologico attraverso la proposta di itinerari alternativi al main stream culturale e turistico e alla riscoperta delle bellezze territoriali italiane. Godiamocele!

Buona lettura e Buon viaggio!

Luca

Hi! My name is Luca and I was born in Rome (on the Tiber Island!) in 1982. I graduated in Art History and with Daniele, we have decided to create this blog to share you about our passion for wine.

I will share with you some thoughs and experiences about art and wine, giving you an inside look into the beauties of “Bel Paese” through its many excellences.

Art and wine tell endless stories about the territory and its people. Stories of celebration, labour, passion. Each one of these stories is typical of a different region.

Our goal is to contribute to spread and promote our incredible cultural and enological heritage…and, expecially, help you enjoy it!

Cheers!

Luca


 

Ciao, mi chiamo Daniele e sono nato a Roma (anch’io come Luca sull’ Isola Tiberina, ma qualche anno prima!) nel 1974.

Fin da bambino ho sempre avuto una forte passione per il paese del sol levante; per questa ragione anni or sono ho deciso di studiare la lingua giapponese, proseguendo con 2 permanenze in terra nipponica.

Diversi anni dopo è invece nato il mio interesse riguardo al mondo del vino: con le meravigliose sensazioni che sa regalare è diventato una vera e propria passione che mi ha spinto a conoscere sempre di più questo mondo che, come ben sappiamo, nel nostro paese è una vera e propria ricchezza.

Il mio percorso è nato in questo modo e lo vorrei condividere con voi parlandone a piccoli passi (un  pò alla volta), regione per regione, per capire ed apprezzare meglio cosa si sta degustando…rendendosi conto di quanto importanti siano i fattori umani ed ambientali che intervengono nella caratterizzazione di un vino, cercando quindi di evitare di essere attratti solamente da un etichetta accattivante.

Assieme a Luca (che si occuperà principalmente della lingua inglese), l’impegno è quello di coinvolgere voi tutti a 360°, per questa ragione cercherò di scrivere non solo articoli in italiano, ma anche in lingua Giapponese, al fine di entusiasmare anche gli amici del Sol Levante che come ben sappiamo amano la nostra gastronomia ed il nostro patrimonio enologico 😉

A presto!

Daniele

 

皆さんこんにちは、僕はダニエレです。1974年ローマ生まれです。
子供の頃から日本についてすごく興味があって、15年前日本語を勉強することにして上達のために、二度日本に滞在したことがあります。そして数年後にはワインの世界に関して興味がいっぱい出てきました。この、ワインが与えてくれるすばらしい感覚に情熱を
かきたてられて、より深くこの世界を知りたいと思いました。
ご存知のように私達の国はまさにワインが豊富な国です。
僕の興味は以上のようにしてわいたのですが、ぜひそれらを少しずつ皆さんとお話しながら共有
したいと思っています。
人の手や環境が、ワインを特徴づけるのにどれだけ大切なことかを念頭におきながら、見張えの良いラベルなどにまどわされないように、まずは州ごとについて、そこで飲まれているワインをより正確に理解し、より正しく評価していきたいと思います。ルーカと一緒に(彼は主に英語を担当します)、皆さんすべてを、360°すっかり巻き込むことが目的ですので、イタリア語だけでなく、日本語でも記事を書いていこうと思っています。そしてついには、我が国のワイン文化と食文化を愛してくださっている、日出づる国、日本の友人の皆さんを夢中にさせたいです。では、近いうちに!
ダニエレ

Non di così rozzo calice sei degno, ma di Berti in oro

Salve, affacciata al tuo balcon di poggi

tra Bertinoro alto ridente e il dolce

pian cui sovrasta fino al mar Cesena

donna di prodi,

salve, chiesetta del mio canto! A questa

madre vegliarda, o tu rinnovellata

itala gente da le molte vite,

rendi la voce de la preghiera: la campana squilli

ammonitrice : il campanil risorto

canti di clivo in clivo a la campagna

Ave Maria

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Queste poche strofe, prese in prestito da Giosuè Carducci, introducono la storia di questo breve articolo, legata alla viticoltura romagnola e ad uno dei suoi centri di eccellenza: Bertinoro, luogo di produzione di Sangiovese di qualità ma soprattutto culla del migliore Albana, nella sua duplice versione secco e passito.

Che il vino sia una presenza che si percepisce in ogni angolo di questo splendido borgo, sulle colline tra Cesena e Forlì, è evidente fin dal toponimo, che una tradizione popolare fa risalire addirittura a Galla Placidia, la quale, parlando del vino locale, disse: Non di così rozzo calice sei degno, o vino, ma di berti in oro. Che l’augusta imperatrice abbia realmente pronunciato questa frase, poco importa: la vox populi rimane significativa testimonianza dell’antica vocazione enologica di di questa zona, tanto che qui è stato collocato, caso più unico che raro, addirittura un monumento dedicato al vignaiolo.

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Carducci fu un assiduo frequentatore di Bertinoro e un grande amante del suo vino, trascorrendo le sue serate all’Osteria della Serafina, storico locale di questa cittadina, tuttora esistente, anche se con una sede diversa.

Ma non è lui il protagonista della nostra storia, che questa volta è legata al nome del blog, thediwinecomedy. I versi sopra riportati sono infatti presi dalla poesia La chiesa di Polenta, composta nel 1897 e inserita nella raccolta Rime e ritmi che, alludendo a una leggenda popolare, riguarda il più famoso poeta italiano: Dante Alighieri.

Nel corso dei secoli si è infatti alimentata la credenza che il sommo poeta, ospitato dai Polenta di Ravenna durante il suo esilio da Firenze, avesse soggiornato anche a Bertinoro, nel castello, ora distrutto, della famiglia sua protettrice. Non ci sono documenti che attestino la veridicità della sua presenza tra queste colline romagnole, certo è che la suggestione ebbe molto successo, al punto che Carducci nella poesia si domanda: forse qui Dante inginocchiossi?

La stessa immagine di Dante raccolto in preghiera è stata usata nel 1889 (prima di Carducci) da Aurelio Saffi che, presiedendo l’adunanza del consiglio provinciale e dovendo esprimersi a favore dello stanziamento di risorse per il restauro della chiesa, esortò i suoi colleghi dicendo: quale italiano non vorrà conservata e onorata una chiesa dove Dante pregò?

Ma i richiami danteschi non finiscono qui. La leggenda racconta che anche Francesca (da Polenta) si ritirasse qui in preghiera, prima di trovare la propria tragica, e romantica, fine insieme al suo Paolo, nel castello di Gradara (V canto dell’Inferno).

Stiamo parlando di una piccola chiesa di campagna in stile romanico, intitolata a San Donato, che si trova a Polenta, frazione di Bertinoro. La pieve era già attestata in alcuni documenti del X secolo, anche se il suo aspetto si è man mano modificato nel corso dei secoli e in particolare nel XVIII. L’esterno è caratterizzato da una semplice facciata romanica, dove si alternano fasce in pietra e altre in mattoni rossi. L’assetto attuale è quello di una basilica a tre navate e tre absidi a forma cilindrica con presbiterio rialzato.
La suggestione provocata dagli echi danteschi, compensano la semplicità di questo edificio e ne fanno un luogo meritevole di una visita dedicata.

Ma ancora più antico della chiesa di Polenta, è il vitigno autoctono di questa zona, l’Albana, la cui coltivazione è documentata già 1500 anni fa; probabilmente conosciuto e introdotto in zona dai romani che conferirono il nome a questa eccellente uva bianca (albana appunto).

L’Albana di Romagna è stato il primo vino bianco ad ottenere la denominazione DOCG, nel 1987, sia nella versione secco che in quella passito, e tra i diversi biotipi esiste il Gentile di Bertinoro che rappresenta una delle migliori espressioni di questa qualità.

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Ad onor del vero, la denominazione del 1987 non è stata garanzia di successo, secondo qualcuno il disciplinare era troppo morbido e le rese permesse per ettaro erano troppe alte, a discapito della qualità del vino. Fortunatamente l’evoluzione di questa regione negli ultimi anni in campo enologico e il conseguente orientamento verso la ricerca di prodotti sempre migliori sta avendo successo e finalmente anche i produttori, con quelli di Bertinoro in prima fila, stanno proponendo sul mercato bottiglie davvero interessanti. Magari da proporre anche per l’estate nella vicinissima riviera romagnola, centro turistico all’avanguardia, insieme a del buon pesce locale, o semplicemente come aperitivo. Immaginando magari il sommo poeta, uscito dalla chiesa di Polenta, concedersi un pò di relax con un buon bicchiere di Albana di Bertinoro.

Una tartaruga tra le colline del Sagrantino

Di nuovo in Umbria e di nuovo nella zona del Sagrantino; l’ultima volta avevamo scritto del magnifico ciclo di affreschi quattrocenteschi di Benozzo Gozzoli, in questo caso di un affascinante (e ben riuscito) esempio di interazione tra arte contemporanea e vino, un legame che si sta facendo via via sempre più stretto.

Lungo la strada tra Montefalco e Bevagna, attraversando le colline dolci e rigogliose di quella zona, l’attenzione viene catturata improvvisamente da un enorme dardo rosso conficcato nella terra. Non è un’installazione o una performance contemporanea ma una scultura: appartiene ad un innovativo progetto enologico ai confini tra land art e architettura.

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In un primo momento risulta difficile cogliere il nesso tra il dardo e la distesa di vigneti, ma se si parte da elementi semplici si arriva presto a una deduzione: l’elemento scultoreo è rosso come il vino che si produce in queste terre, come il Sangiovese, come il Sagrantino.

Man mano che ci si avvicina al dardo, il paesaggio ci svela qualcosa in più: un gigantesco guscio di tartaruga mimetizzato tra le colline.

Dietro questa costruzione c’è la famiglia Lunelli che, produttrice vinicola trentina, già proprietaria del marchio Ferrari e della tenuta toscana di Podernovo, innamoratasi di queste colline, nel 2001 acquista 30 ettari di terreno vitati facendo nascere la Tenuta di Castelbuono.

La bellezza è un valore da condividere sempre ma per essere trasmessa, necessita di uno strumento, potente ed universale come l’arte.

Per questo motivo viene chiamato lo scultore italiano contemporaneo, tra i più noti al mondo, Arnaldo Pomodoro e gli viene affidato questo progetto: la realizzazione di una cantina vinicola che fosse simbolo della tenuta, in poche parole un vero land mark.

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La struttura ha l’aspetto di una tartaruga ed è chiamato significativamente Carapace: le forme rotonde e sinuose richiamano le colline circostanti, il colore caldo del rame ricorda la terra, tutto è creato nel rispetto dell’ambiente circostante; la copertura della cantina, ossia il carapace della tartaruga, simboleggia la stabilità e la longevità del vino prodotto.

È il contenente che rispetta il contenuto.

Con un messaggio chiaro: come la tartaruga è un animale lento, dalla corazza dura e che vive molto a lungo, il vino prodotto dalla tenuta ha bisogno di tempo per essere degustato, è strutturato, ha carattere e con la giusta quantità di anni diventa ancora più buono.

Il Carapace è una scultura dove si lavora e si vive, oltre ad essere sintesi perfetta e concreta di natura e arte, ma ad ogni modo è il vino ad essere sempre il protagonista.

I vini prodotti dalla cantina sono tutti inevitabilmente legati al territorio: il Carapace (Sagrantino) dal nome della cantina stessa, il  Lampante (Montefalco Riserva DOC, 18 mesi in tonneaux e in botte grande) che richiama il dardo rosso e lo Ziggurat (Montefalco DOC) che nella lingua assiro babilonese è “ciò che è posto in alto rispetto alla terra” indica che la cantina è trait d’union fra cielo e terra.

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La qualità dei prodotti è elevata (forse il Montefalco Riserva si fa preferire per rapporto qualità prezzo) e consente alla tenuta di raggiungere un risultato straordinario: promuovere nuove forme d’arte perfettamente integrate nel tessuto ambientale del luogo realizzando vini di alto livello. Si tratta in definitiva di un vero e proprio modello destinato ad essere preso come esempio virtuoso e riproposto, auspichiamo, sempre più spesso in futuro.