Milziade Antano Fattoria Colleallodole: genuina eccellenza

Il vino è certamente – anche – una questione di edonismo; e negli ultimi anni, accanto alla ricerca del piacere, è aumentata sempre di più l’incidenza del fattore moda nel consumo, specialmente nell’epoca in cui i social veicolano immagini e pensieri con la velocità di un click e il vino diventa status sYmbol modaiolo e godereccio (d’altronde giustamente). Quante volte, tra le immagini postate dai nostri “amici virtuali”, ci è capitato di vedere bellissime foto di bottiglie, delle più disparate etichette, e bicchieri contenenti il prezioso nettare? Benissimo, sarebbe ancora meglio però se dietro a questi scatti ci fosse la consapovelezza di quello che si sta bevendo: dietro ogni bottiglia di vino c’è una storia, che è fatta soprattutto di fatica e passione, da conoscere e da rispettare.

Fatica, passione, orgoglio e territorio sono certamente caratteristiche che rispecchiano bene l’azienda Milziade Antano Fattoria Colleallodole, situata in un fazzoletto di terra tra Bevagna e Montefalco: conoscere questa cantina e la filosofia che la guida è davvero un piacere per ogni appassionato di vino, prima dal punto di vista concettuale e poi trovando la sua sublimazione nell’assaggio dei suoi vini.

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Così abbiamo deciso di andarla a visitare per comprendere meglio questa realtà: l’esperienza è stata eccellente. Abbiamo avuto il piacere di conoscere un grande personaggio del mondo della viticoltura, Francesco Antano, che con grande disponibilità e gentilezza ci ha aperto le porte della sua cantina e ci ha fatto entrare nella dimensione più genuina del vino, ma anche più poetica se vogliamo, che poi è quella del rapporto tra l’uomo (in questo caso una famiglia) e la sua vigna.

L’azienda ovviamente punta molto sull’ autoctono e produce Sagrantino di Montefalco che non è un vino facile, né da realizzare e né da comprendere immediatamente; ma quando viene fatto a regola d’arte, e qui lo fanno così, una volta che se ne sorseggia un calice, ruba il cuore.

La cantina Milziade Antano è conosciuta e rispettata per via di oltre trent’anni alle spalle fatti di vendemmie, grandi bottiglie e successi; il suo nome è legato a un aspetto autentico, sicuramente più genuino, del mondo vinicolo, senza per questo tralasciare i sacrosanti aspetti commerciali che un’azienda vinicola deve obbligatoriamente curare per stare al passo, rapidissimo, del mercato.

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Una delle cose può belle che può succedere ad un amante del vino è che un produttore si apra a descrivere il suo vino, con semplicità e passione, in modo che dalle sue parole si possa carpire l’orgoglio e il legame con la tradizione e il territorio. Come detto, questa che poi alla fine è filosofia, arriva a sublimarsi nella degustazione dei prodotti. L’assaggio inizia dai bianchi, con il Bianco di Milziade, un blend di Trebbiano, Chardonnay, Pinot e Friulano: elegante, morbido, persistente, buon corpo.  

Con i rossi inizia un crescendo di profumi e aromi, in una sinfonia di gusto che affascina fino all’ultimo sorso. Sul Montefalco Rosso Riserva di Milziade Antano, Sangiovese 65% e poi un blend di Sagrantino, Merlot e Cabernet, confessiamo una nostra debolezza, è uno dei nostri preferiti in assoluto per equilibrio e corpo pieno oltre che per un mondo di profumi che richiamano principalmente quelli di bosco e di frutta sotto spirito.

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Sul Sagrantino, poche parole: semplicemente qui raggiunge uno dei suoi picchi qualitativi in assoluto, nel cru di Colleallodole che abbiamo assaggiato nella eccellente versione 2013. Fa circa 36/37 mesi di affinamento tra inox, botti grandi di rovere e bottiglia che lo preparano ad esaltare il vostro palato. Delizioso anche il Sagrantino Passito.

Questa azienda a conduzione famigliare, tramite il suo lavoro, rappresenta un’eccellenza umbra e ne è orgogliosamente consapevole; fa parte poi di un territorio dove esiste, o per lo meno così sembra da fuori, speriamo di non sbagliarci un bel lavoro di squadra tra i produttori, dove tutti comunque promuovono le loro individualità avendo compreso l’importanza di promuovere tutti assieme il “marchio” del Sagrantino.

Complimenti.

 

Cantina visitata il 22 luglio 2017

 

Casale del Giglio: tra passato e futuro

L’ascesa di Casale del Giglio tra le etichette più apprezzate è sotto gli occhi di tutti; prodotti con un buon rapporto qualità/prezzo uniti a una strategia marketing di successo, hanno reso celebre questo marchio sia in Italia che all’estero.

Era tanta la curiosità di conoscere da vicino l’organizzazione e la filosofia di questa azienda, così abbiamo deciso di organizzarci per una visita; Casale del Giglio si trova in località Le Ferriere, comune di Aprilia, una zona pianeggiante e a due passi dal mare.

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Arrivando in auto, poco prima di imboccare l’ampio vialone d’ingresso, alcune indicazioni  conducono al sito archeologico dell’antica Satricum: si tratta di una città di epoca pre romana risalente al IX secolo avanti Cristo. Proprio qui l’azienda vinicola sta sostenendo un progetto di studio in collaborazione con prestigiose istituzioni nazionali e internazionali: il legame con l’antica città è forte e idealmente rappresentato dal ritrovamento di un calice usato per bere vino, risalente al V secolo a.c.: i nomi di alcune etichette sono ispirati proprio a questo sito.
Qui, passato e futuro sono due parole molto importanti. La tradizione vinicola risale agli inizi del ‘900, quando ad Amatrice fu fondata la Ditta Bernardino Santarelli & Figli, specializzatasi nel mercato del vino. Dopo aver aperto diversi negozi “vini e oli” a Roma, negli anni ‘60 la famiglia acquista Casale del Giglio e intorno alla metà degli anni ‘80 dà vita a un ampio progetto di ricerca e sperimentazione, avvalendosi della collaborazione dei migliori ampelografi e ricercatori universitari per esplorare le potenzialità di una zona del tutto nuova sotto questo punto di vista.

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Il concept è semplice e allo stesso innovativo: si è puntato sulla ricerca per ottenere vini di qualità, in territori non tradizionalmente adibiti alla produzione, una netta cesura rispetto alla maggior parte della produzione italiana legata ad areali storici. Il modello di riferimento non è più quello dei grandi produttori e delle celebri etichette europee: al contrario, lo diventano i modelli di coltivazione in tutti quei territori dove la cultura del vino è recente e sviluppatasi grazie alle competenze dei migliori esperti, che hanno permesso di ottenere produzioni di altissima qualità in zone relativamente sconosciute al mondo vitivinicolo fino a qualche decennio fa, come per esempio l’Australia e la California che hanno in comune con Casale del Giglio la vicinanza con la costa. Altro riferimento è Bordeaux, che presenta similarità a livello di consistenza del terreno.  

La sperimentazione è stata imponente e condotta con rigore scientifico: a testimonianza di questa attività, durante la visita, si attraversa un lungo corridoio che conduce alla cantina dove sono visibili i risultati, riassunti nelle numerose bottiglie “prototipo” che raccontano le prove effettuate con tantissimi vitigni, nazionali e internazionali.

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La vista dal tetto, che spazia quasi a 360 gradi su infinite distese di filari, è sicuramente suggestiva ed è davvero piacevole visitare il laghetto naturale sorto proprio accanto al casale. Arriva però finalmente il momento della degustazione e la nostra scelta ricade su cinque etichette, due bianchi e tre rossi, tra cui naturalmente non può mancare il re dei vini di Casale del Giglio, il Mater Matuta.

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Tra i bianchi decidiamo di assaggiare il Petit Manseng e il Bellone, provando quindi un vino realizzato da un’uva internazionale (l’areale di riferimento è la Francia pirenaica) e uno prodotto con l’uva locale per eccellenza, il Bellone (che in queste zone può assumere la denominazione più gergale di Cacchione).

Siamo grandi estimatori del Bellone, l’Antium, che qui abbiamo assaggiato nella sua annata 2015: grande equilibrio e buona struttura, corroborata dalla macerazione sulle bucce che favorisce l’estrazione degli aromi.

Sorprendente il Petit Manseng 2014 che sta dando davvero buoni risultati, distinguendosi grazie una buona freschezza e una buona sapidità.

Per quanto riguarda i rossi, non potevamo non optare per lo Shiraz, grande classico di questa azienda. Migliore però, a nostro giudizio, il Cabernet Sauvignon, persistente e di gran corpo, sostenuto da un tannino vellutato.
Dulcis in fundo il top di gamma, il Mater Matuta: Syrah, di gran carattere, ingentilito dai suoi tannini dolci, con un tocco di Petit Verdot che irrobustisce corpo e struttura. Il nome deriva un’antica divinità italica protettrice della fertilità il cui culto era molto diffuso nell’Italia centrale. Questo vino si ricollega idealmente alla città di Satricum, descritta all’inizio del post, in quanto vi sorgeva un tempio dedicata alla dea.

Questo vino già da solo varrebbe il viaggio ed il tempo speso per la visita, se non fosse che Casale del Giglio è davvero un bel posto da scoprire. Alla fine, riprendendo la macchina e ripercorrendo il viale per andarsene, si ha davvero la sensazione di un luogo dove passato e futuro si compenetrano.

Cantina visitata il 15 luglio 2017

Le Marche picene (II parte): Offida

Nell’ultimo post, vi avevamo raccontato della splendida chiesa di Santa Maria della Rocca e del misterioso Maestro d’Offida. Lasciandola, ci dirigiamo verso il centro di Offida, con l’obiettivo di assaggiare finalmente alcuni dei prodotti enologici del territorio.

Il cuore di questo borgo è la Piazza del Popolo: un vero e proprio salotto, la cui pianta triangolare rappresenta un’ elegante chicca urbanistica. Ogni suo elemento è in accordo con il contesto; su un lato vi si affaccia il Palazzo Comunale, probabilmente edificato a cavallo dell’XI e XII secolo e ingentilito da un rinascimentale portico del ‘400.

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Dall’altra parte, invece c’è la settecentesca collegiata di Santa Maria Assunta con la sua facciata ottocentesca caratterizzata dalla fusione di più stili, anche se tendenzialmente classicista.

Proprio di fronte la chiesa troviamo lo showroom dell’azienda vitivinicola Ciù Ciù, una delle più rappresentative di questo territorio e sede della nostra degustazione di oggi. Assaggiare buon vino in una graziosa scenografia architettonica è un privilegio tutto italiano, fortunatamente caratteristica della nostra meravigliosa penisola.

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All’interno veniamo accolti con estrema gentilezza e tutto si svolge in un’atmosfera molto cordiale, quasi casalinga. Ci viene introdotta la storia dell’azienda, fondata nel 1970 dalla famiglia Bartolomei, che oggi possiede più di 150 ettari di vigneti per lo più nelle colline intorno a Offida, luogo privilegiato per la coltivazione del Montepulciano: questo vitigno infatti ama la brezza proveniente dall’Adriatico che lambisce questi pendii, che hanno un’altezza media intorno ai 300 metri; senza il verificarsi di queste condizioni quest’uva rimane molto ostica e difficilmente darà risultati qualitativamente validi.

Pecorino e Passerina, oltre al già citato Montepulciano: sono i tre i vitigni autoctoni che accompagnano l’azienda dalla fondazione, in un’evoluzione che inizia dalla vendita di vino sfuso per affinarsi in maniera costante e crescente in un produzione di qualità che è quella che la caratterizza ora. Nel tempo, grazie ad un’intensa attività di sperimentazione, hanno aggiunto anche vitigni internazionali come il cabernet, il merlot e lo chardonnay che hanno dato dei buoni risultati.

Iniziamo questo viaggio all’interno dei sapori e delle sensazioni dei vini Ciù Ciù partendo proprio da un grande classico del territorio piceno che è il “Merlettaie”, annata 2015, un pecorino in purezza che rientra nella DOCG Offida Pecorino. Il nome deriva da una delle tradizioni più importanti e conosciute di Offida, l’arte del merletto a tombolo, tramandata per cinque secoli da madre a figlia: un omaggio al paese e alle sue donne per un vino di personalità, esaltato dal passaggio in botte di rovere, che ben rappresenta il territorio.

Tra i rossi, interessante il “San Carro” 2015, un blend di uve barbera (presente tra i vigneti dell’azienda fin dalla fondazione), sangiovese e merlot; piacevole il Rosso Piceno Superiore “Gotico” del 2013, con il suo lungo finale fruttato e il suo buon corpo.  

Molto convincente secondo noi è l’Offida Rosso “Esperanto” che abbiamo assaggiato nella sua annata 2010. Si tratta di un elegante incontro tra Montepulciano, vitigno che come abbiamo visto è nella tradizione di questo territorio, e Cabernet Sauvignon, ricco del suo fascino internazionale. E’ un vino quindi che seduce già nel suo concept ma che non delude all’analisi organolettica, con il suo ampio panorama di profumi e la sua imponente architettura gustativa, equilibrata, rotonda e di gran corpo.

Molteplici sono le suggestioni che evoca rispecchiando d’altronde un territorio dove il panorama può cambiare radicalmente in poco spazio, sfumando dalla maestosità delle montagne fino alla morbide onde dell’Adriatico.

Ringraziamo quindi l’Azienda Ciù Ciù per l’accoglienza e certamente torneremo presto in questa meravigliosa regione.

 

Offida, visitata il 18 giugno 2017

Le Marche picene (I parte): Offida

La varietà di paesaggi che le Marche possono offrire ad un viaggiatore, rispecchiando la declinazione al plurale del nome, può essere sorprendente: da nord a sud lo scenario cambia, anche notevolmente, offrendo continuamente nuovi orizzonti e nuove peculiarità, con l’unica costante del bello. Si tratta di una regione particolare perché priva di un grande agglomerato urbano, ma con diversi centri medio-piccoli che hanno avuto un loro florido sviluppo in campo culturale ed economico (ricordiamo che il Made in Italy deve molto alle Marche!).

E’ una regione che racconteremo spesso in questo blog, ma per iniziare questo viaggio, partiamo dai morbidi pendii che caratterizzano il territorio tra la città di Ascoli e il mare Adriatico, una delle zone privilegiate della cultura enologica marchigiana, per qualità di produzione e per bellezza del paesaggio. Uno dei centri principali è Offida, cuore della viticoltura marchigiana e sede di una delle due enoteche regionali (l’altra è a Jesi). L’istituzione della DOCG Offida premia gli sforzi dei viticoltori locali nel credere nei due principali vitigni autoctoni della zona: pecorino e passerina. La denominazione si estende anche all’Offida Rosso, un intrigante vino base di Montepulciano (almeno per l’85%), a cui possono essere aggiunti altri vitigni a bacca rossa, principalmente il Cabernet Sauvignon.

Dal punto di vista del paesaggio, è un territorio meraviglioso, dove vigne e uliveti si estendono a perdita d’occhio, tra il mare e le sagome maestose del Gran Sasso in lontananza e del Vettore.

Questa terra è intrisa di storia e legata ad un popolo, quello dei Piceni, che abitarono qui fin dal 1000 a.c.: la leggenda narra che vi si stabilirono seguendo la migrazione di un uccello sacro, il picchio, ancora oggi simbolo di tutto il territorio.

Per la sua connotazione urbanistica storica perfettamente conservata, ancora protetta dalle  mura risalenti al XV secolo, Offida è iscritta tra i borghi più belli d’Italia: tra la ricca offerta culturale che il paese propone, la visita potrebbe iniziare da quello che è il suo gioiello artistico, la chiesa di Santa Maria della Rocca.

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L’edificio, databile intorno al 1330, sorge in un luogo già di per sé suggestivo, su uno sperone di roccia, con tre lati a strapiombo tra le valli del Tronto e del Tesino. Qui, su una preesistente chiesetta benedettina di origine longobarda è stata ricostruita la chiesa attuale in laterizio, secondo uno stile che può essere considerato una commistione, non rara in provincia, tra romanico e gotico. L’imponenza dell’esterno è mitigata dalla ritmicità delle eleganti lesene, mentre l’interno a navata unica è alleggerito dall’arco a sesto acuto che separa l’abside dal resto della chiesa. Proprio nell’abside trova spazio la decorazione pittorica della chiesa, opera di un artista di cui non si conosce il nome ma che è noto come il Maestro di Offida.

Ovviamente sono nulle le notizie biografiche su questo ignoto pittore, che deve il suo appellativo proprio a questo ciclo di affreschi, considerato il suo capolavoro; l’arco cronologico in cui si svolse la sua carriera si estende all’incirca dal quarto al settimo decennio del XIV secolo e la sua area di azione è abbastanza ampia per l’epoca considerando l’attribuzione al suo catalogo di un trittico nella chiesa di Santa Maria della Rebatana a Tursi, in Basilicata.

Negli ultimi anni sono stati numerosi i contributi da parte di storici dell’arte per cercare di svelarne l’identità; allo stato attuale, sembrerebbe molto accreditata l’ipotesi di riconoscere in lui il pittore abruzzese Luca da Atri. Ma al di là di chi fosse stato veramente, anche se scoprirlo con certezza sarebbe un bel passo avanti per lo studio della cultura artistica di queste parto, il Maestro di Offida si distingue per la qualità del suo lavoro, una sintesi tra l’insegnamento di Giotto, appreso tramite la diffusione dello stile del maestro fiorentino in area adriatica a seguito al suo soggiorno a Rimini, con lo stile cortese predominante (gotico internazionale) all’epoca e che è visibile anche nel ciclo decorativo qui a Offida: le storie dei Santa Caterina di Alessandria e di Santa Lucia, l’Incoronazione della Vergine e la Crocifissione sono dipinte con un accento realistico, di stampo giottesco, ma con una resa dei dettagli e una ricchezza di particolari che richiama gli interessi delle corti.

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Usciti da questo luogo, i pochi passi necessari ad arrivare fino alla bellissima (nonché di insolita forma triangolare) Piazza del Popolo, servono a riflettere ancora qualche minuto sulla suggestione derivante dalla visita e, perché no, sull’identità di questo artista che rimane tutt’oggi avvolto nel mistero. Arrivati in centro però, è vivamente consigliato ristorarsi godendo dell’altra grande tradizione di Offida, quella enologica: d’altronde già arrivando in macchina, ci si accorge che il paese è letteralmente circondato da vigne.

La nostra scelta questa volta è ricaduta un locale che si affaccia proprio sulla piazza, gestito, con grande cortesia e competenza, dall’Azienda Vitivinicola Ciù Ciù, uno dei produttori che più ha investito e creduto nelle potenzialità di questo territorio.

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La prossima settimana, mentre voi ragionate sull’identità del Maestro d’Offida, vi racconteremo la degustazione e i vini che abbiamo assaggiato…(continua)

 

 

C’è chianti e Chianti…

Precisazioni

Il Chianti, questo conosciuto.

Ma come da titolo, non esiste un valore assoluto attribuibile ad un vino, poichè la qualità di quest’ultimo è sempre influenzata da una serie di elementi che vanno a rendere un prodotto superiore alla media o meno.

Sottolineando che, senz’altro il gusto personale gioca un ruolo fondamentale nella scelta di un vino (personalmente non sono un fanatico del Sangiovese), va poi considerato il budget a disposizione del prodotto che andremo a gustare: basti pensare ai costi del trasporto, del vetro, dell’etichetta, del produttore e via dicendo…siamo ancora convinti sia pensabile trovare un vino di qualità accettabile al misero prezzo di 3 €?

Ed è qui che entra in gioco il rapporto qualità-prezzo: spendere il giusto a seconda del (giusto) prodotto .

Premesso ciò, passiamo alle cose serie 😉

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Riserva Di Famiglia 2013

Direttamente dal Produttore Cecchi in Toscana, patria del sangiovese, Chianti Classico DOCG Riserva di Famiglia 2013 è sicuramente uno dei vini più rappresentativi di questa produzione.

Premio Tre Bicchieri Gambero rosso 2011 (annata 2007), 12 mesi di invecchiamento in barrique, un minimo di 3 mesi di invecchiamento in bottiglia; consistente, di colore rubino limpido con un accenno di riflessi violacei, al naso è complesso, con una dominante di sentori floreali e frutta rossa matura tipica del Chianti Classico; note di speziatura (pepe nero) con il passare dei minuti.

Incredibile eleganza al palato con tannini ben presenti ma vellutati e da un equilibrio perfetto che chiude con un sorso caldo e persistente che lascia entusiasti!

Un rapporto qualità-prezzo davvero convincente.   (prezzo consigliato: 12,00/18,00 €)

Assolutamente consigliato!

 

a seguire la scheda tecnica:

 

Riserva di Famiglia
Denominazione: Chianti Classico Riserva D.O.C.G.
Zona di produzione: Castellina in Chianti
Vendemmia annata 2013
Numero bottiglie 40.000
Uvaggio: Sangiovese 90%, Altre varietà complementari 10%
Altitudine media dei vigneti: 250 Metri s.l.m.
Tipologia di terreno: Medio impasto, alcalino
Resa per ettaro: 60 q
Densità di impianto: 5000
Sistema di allevamento: Cordone Speronato
Vinificazione: Tradizionale in rosso con temperatura controllata
Temperatura di Fermentazione: 26°C
Durata di Fermentazione e Macerazione: 15 giorni
Affinamento: 12 mesi in barriques e tonneaux e minimo 3 mesi in bottiglia
Temperatura di Servizio: 18°C
Gradazione alcoolica: 13,5 % vol
Note organolettiche: Il Chianti Classico Riserva di Famiglia è sicuramente uno dei vini più rappresentativi di Cecchi. Prodotto solo nelle annate in cui le uve raggiungono la
qualità ambita da Cecchi per un Chianti Classico Riserva, questo vino proviene dalla
zona di Castellina in Chianti. Il colore di ottima limpidezza si presenta rosso rubino.
Il profumo complesso ed intenso evidenzia note di frutto maturo e spezie. In
bocca la buona struttura ha concentrazione ed eleganza.
Abbinamento: arrosti e cacciagione

 

 

 

 

Riserva di Famiglia Chianti Classico 2013

イタリアのトスカーナ州に、チェッキ「Cecchi」という生産者からサンジョヴェーゼ品種葡萄でキャンティクラッシコリゼルヴァ ディ ファミーリア」と言うワインをご紹介します。

もしかして、皆さんのほとんどはご存知だと思いますが、この葡萄はイタリアで最も広範囲に栽培されている品種で、トスカーナは故郷なんです。

キャンティクラッシコと言う赤いワインは特定の地域で生まれ、厳格な条件で生産された品質のワインです。

「チェッキ」と言うのはシエナに位置している会社でこの生産者のワインはトスカーナで最も高級なワインの一つなんです!

このワインは「ガンベロロッソ2011年」で最高賞のトレビッキエリを受賞、「長く熟成を続ける素晴らしいポテンシャル」と絶賛されて、世界中から注文殺到!

(ガンベロロッソ2011のコメント)様々な要素がミックスされた模範的な香りには、熟した果実や品質の良いスパイスが感じられます。香りがすでに開いていてわかりやすい一方、味わいには厳格さが現れている。全ての要素がこれから先の長い年月にわたって素晴らしい成長へと向かっている。

地理的にはフィレンツェとシエナの間にあってクラッシコはキャンティの心臓部と言えます。丘陵地に広がる葡萄畑は、700mの高度までという規定があります。

土壌は石灰製なので粘土質なんです。

ワインの特徴

・外観

外観は透明度の明るいルビーとすみれ色が反射して清潔感溢れる色合いです。

・香

ワインが注がれたグラスからはブラックベリー、ブラックチェリー、カシス、スパイスのニュアンスがあり、黒胡椒やすみれの花の様な香りも控えめながら感じます。

・味わい

辛口の赤ワインで熟成による穏やかな渋み、フルボディながらタンニンも柔らかく、全く硬さを感じさせることのない非常にエレガントなワインという印象を受けました。

・合う料理

野生肉などのロースト、ラグーソースのパスタ

・一言で言えば…

チェッキ社の最も高級なワインのひとつです。「リゼルヴァ ディ ファミーリア」。

フレンチオークのバリックで12か月熟成の後、ボトル内で最低3ヵ月熟成。濃いルビー色、熟した赤い果実、スパイスを思わせる香りが感じられる。エレガントでいながら、骨格のしっかりした、凝縮感のある力強い味わい。

品質に見合った価格の本当に良いワインです。絶対にお勧めです!

標準価格は12€~18€(約1500円~2000円)です。

詳細情報

アルコール度数 13.5 %
ボディー フルボディ
ブランド チェッキ
原産国名 イタリア
容器の種類
産地(地方) トスカーナ
味わい 辛口
ヴィンテージ(生産年) 2013
果実 % サンジョベーゼ90% その他10%
熟成 バリック

Chi siamo

Ciao! Mi chiamo Luca e sono nato a Roma (sull’ Isola Tiberina!) nel 1982. Sono laureato in storia dell’arte e con Daniele abbiamo deciso di iniziare a scrivere questo blog per raccontare la nostra passione per il vino.

 

L’ obiettivo è contribuire a valorizzare il nostro ineguagliabile patrimonio culturale e enologico attraverso la proposta di itinerari alternativi al main stream culturale e turistico e alla riscoperta delle bellezze territoriali italiane. Godiamocele!

Buona lettura e Buon viaggio!

Luca

Hi! My name is Luca and I was born in Rome (on the Tiber Island!) in 1982. I graduated in Art History and with Daniele, we have decided to create this blog to share you about our passion for wine.

I will share with you some thoughs and experiences about art and wine, giving you an inside look into the beauties of “Bel Paese” through its many excellences.

Art and wine tell endless stories about the territory and its people. Stories of celebration, labour, passion. Each one of these stories is typical of a different region.

Our goal is to contribute to spread and promote our incredible cultural and enological heritage…and, expecially, help you enjoy it!

Cheers!

Luca


 

Ciao, mi chiamo Daniele e sono nato a Roma (anch’io come Luca sull’ Isola Tiberina, ma qualche anno prima!) nel 1974.

Fin da bambino ho sempre avuto una forte passione per il paese del sol levante; per questa ragione anni or sono ho deciso di studiare la lingua giapponese, proseguendo con 2 permanenze in terra nipponica.

Diversi anni dopo è invece nato il mio interesse riguardo al mondo del vino: con le meravigliose sensazioni che sa regalare è diventato una vera e propria passione che mi ha spinto a conoscere sempre di più questo mondo che, come ben sappiamo, nel nostro paese è una vera e propria ricchezza.

Il mio percorso è nato in questo modo e lo vorrei condividere con voi parlandone a piccoli passi (un  pò alla volta), regione per regione, per capire ed apprezzare meglio cosa si sta degustando…rendendosi conto di quanto importanti siano i fattori umani ed ambientali che intervengono nella caratterizzazione di un vino, cercando quindi di evitare di essere attratti solamente da un etichetta accattivante.

Assieme a Luca (che si occuperà principalmente della lingua inglese), l’impegno è quello di coinvolgere voi tutti a 360°, per questa ragione cercherò di scrivere non solo articoli in italiano, ma anche in lingua Giapponese, al fine di entusiasmare anche gli amici del Sol Levante che come ben sappiamo amano la nostra gastronomia ed il nostro patrimonio enologico 😉

A presto!

Daniele

 

皆さんこんにちは、僕はダニエレです。1974年ローマ生まれです。
子供の頃から日本についてすごく興味があって、15年前日本語を勉強することにして上達のために、二度日本に滞在したことがあります。そして数年後にはワインの世界に関して興味がいっぱい出てきました。この、ワインが与えてくれるすばらしい感覚に情熱を
かきたてられて、より深くこの世界を知りたいと思いました。
ご存知のように私達の国はまさにワインが豊富な国です。
僕の興味は以上のようにしてわいたのですが、ぜひそれらを少しずつ皆さんとお話しながら共有
したいと思っています。
人の手や環境が、ワインを特徴づけるのにどれだけ大切なことかを念頭におきながら、見張えの良いラベルなどにまどわされないように、まずは州ごとについて、そこで飲まれているワインをより正確に理解し、より正しく評価していきたいと思います。ルーカと一緒に(彼は主に英語を担当します)、皆さんすべてを、360°すっかり巻き込むことが目的ですので、イタリア語だけでなく、日本語でも記事を書いていこうと思っています。そしてついには、我が国のワイン文化と食文化を愛してくださっている、日出づる国、日本の友人の皆さんを夢中にさせたいです。では、近いうちに!
ダニエレ

Non di così rozzo calice sei degno, ma di Berti in oro

Salve, affacciata al tuo balcon di poggi

tra Bertinoro alto ridente e il dolce

pian cui sovrasta fino al mar Cesena

donna di prodi,

salve, chiesetta del mio canto! A questa

madre vegliarda, o tu rinnovellata

itala gente da le molte vite,

rendi la voce de la preghiera: la campana squilli

ammonitrice : il campanil risorto

canti di clivo in clivo a la campagna

Ave Maria

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Queste poche strofe, prese in prestito da Giosuè Carducci, introducono la storia di questo breve articolo, legata alla viticoltura romagnola e ad uno dei suoi centri di eccellenza: Bertinoro, luogo di produzione di Sangiovese di qualità ma soprattutto culla del migliore Albana, nella sua duplice versione secco e passito.

Che il vino sia una presenza che si percepisce in ogni angolo di questo splendido borgo, sulle colline tra Cesena e Forlì, è evidente fin dal toponimo, che una tradizione popolare fa risalire addirittura a Galla Placidia, la quale, parlando del vino locale, disse: Non di così rozzo calice sei degno, o vino, ma di berti in oro. Che l’augusta imperatrice abbia realmente pronunciato questa frase, poco importa: la vox populi rimane significativa testimonianza dell’antica vocazione enologica di di questa zona, tanto che qui è stato collocato, caso più unico che raro, addirittura un monumento dedicato al vignaiolo.

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Carducci fu un assiduo frequentatore di Bertinoro e un grande amante del suo vino, trascorrendo le sue serate all’Osteria della Serafina, storico locale di questa cittadina, tuttora esistente, anche se con una sede diversa.

Ma non è lui il protagonista della nostra storia, che questa volta è legata al nome del blog, thediwinecomedy. I versi sopra riportati sono infatti presi dalla poesia La chiesa di Polenta, composta nel 1897 e inserita nella raccolta Rime e ritmi che, alludendo a una leggenda popolare, riguarda il più famoso poeta italiano: Dante Alighieri.

Nel corso dei secoli si è infatti alimentata la credenza che il sommo poeta, ospitato dai Polenta di Ravenna durante il suo esilio da Firenze, avesse soggiornato anche a Bertinoro, nel castello, ora distrutto, della famiglia sua protettrice. Non ci sono documenti che attestino la veridicità della sua presenza tra queste colline romagnole, certo è che la suggestione ebbe molto successo, al punto che Carducci nella poesia si domanda: forse qui Dante inginocchiossi?

La stessa immagine di Dante raccolto in preghiera è stata usata nel 1889 (prima di Carducci) da Aurelio Saffi che, presiedendo l’adunanza del consiglio provinciale e dovendo esprimersi a favore dello stanziamento di risorse per il restauro della chiesa, esortò i suoi colleghi dicendo: quale italiano non vorrà conservata e onorata una chiesa dove Dante pregò?

Ma i richiami danteschi non finiscono qui. La leggenda racconta che anche Francesca (da Polenta) si ritirasse qui in preghiera, prima di trovare la propria tragica, e romantica, fine insieme al suo Paolo, nel castello di Gradara (V canto dell’Inferno).

Stiamo parlando di una piccola chiesa di campagna in stile romanico, intitolata a San Donato, che si trova a Polenta, frazione di Bertinoro. La pieve era già attestata in alcuni documenti del X secolo, anche se il suo aspetto si è man mano modificato nel corso dei secoli e in particolare nel XVIII. L’esterno è caratterizzato da una semplice facciata romanica, dove si alternano fasce in pietra e altre in mattoni rossi. L’assetto attuale è quello di una basilica a tre navate e tre absidi a forma cilindrica con presbiterio rialzato.
La suggestione provocata dagli echi danteschi, compensano la semplicità di questo edificio e ne fanno un luogo meritevole di una visita dedicata.

Ma ancora più antico della chiesa di Polenta, è il vitigno autoctono di questa zona, l’Albana, la cui coltivazione è documentata già 1500 anni fa; probabilmente conosciuto e introdotto in zona dai romani che conferirono il nome a questa eccellente uva bianca (albana appunto).

L’Albana di Romagna è stato il primo vino bianco ad ottenere la denominazione DOCG, nel 1987, sia nella versione secco che in quella passito, e tra i diversi biotipi esiste il Gentile di Bertinoro che rappresenta una delle migliori espressioni di questa qualità.

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Ad onor del vero, la denominazione del 1987 non è stata garanzia di successo, secondo qualcuno il disciplinare era troppo morbido e le rese permesse per ettaro erano troppe alte, a discapito della qualità del vino. Fortunatamente l’evoluzione di questa regione negli ultimi anni in campo enologico e il conseguente orientamento verso la ricerca di prodotti sempre migliori sta avendo successo e finalmente anche i produttori, con quelli di Bertinoro in prima fila, stanno proponendo sul mercato bottiglie davvero interessanti. Magari da proporre anche per l’estate nella vicinissima riviera romagnola, centro turistico all’avanguardia, insieme a del buon pesce locale, o semplicemente come aperitivo. Immaginando magari il sommo poeta, uscito dalla chiesa di Polenta, concedersi un pò di relax con un buon bicchiere di Albana di Bertinoro.

Erbaluce di Caluso boom!

E’ con grande piacere che riportiamo la notizia che l’Erbaluce di Caluso(DOCG), uno dei vini preferiti da me e Daniele, continua a registrare un trend positivo rispetto le scorse annate, arrivando a produrre nell’ultima (la 2016) qualcosa come 9500 ettolitri per un totale di 1 milione e 265 mila bottiglie. I dati sono stati resi pubblici dalla Confagricoltura e dal Consorzio Caluso Carema Canavese.

 

Una tartaruga tra le colline del Sagrantino

Di nuovo in Umbria e di nuovo nella zona del Sagrantino; l’ultima volta avevamo scritto del magnifico ciclo di affreschi quattrocenteschi di Benozzo Gozzoli, in questo caso di un affascinante (e ben riuscito) esempio di interazione tra arte contemporanea e vino, un legame che si sta facendo via via sempre più stretto.

Lungo la strada tra Montefalco e Bevagna, attraversando le colline dolci e rigogliose di quella zona, l’attenzione viene catturata improvvisamente da un enorme dardo rosso conficcato nella terra. Non è un’installazione o una performance contemporanea ma una scultura: appartiene ad un innovativo progetto enologico ai confini tra land art e architettura.

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In un primo momento risulta difficile cogliere il nesso tra il dardo e la distesa di vigneti, ma se si parte da elementi semplici si arriva presto a una deduzione: l’elemento scultoreo è rosso come il vino che si produce in queste terre, come il Sangiovese, come il Sagrantino.

Man mano che ci si avvicina al dardo, il paesaggio ci svela qualcosa in più: un gigantesco guscio di tartaruga mimetizzato tra le colline.

Dietro questa costruzione c’è la famiglia Lunelli che, produttrice vinicola trentina, già proprietaria del marchio Ferrari e della tenuta toscana di Podernovo, innamoratasi di queste colline, nel 2001 acquista 30 ettari di terreno vitati facendo nascere la Tenuta di Castelbuono.

La bellezza è un valore da condividere sempre ma per essere trasmessa, necessita di uno strumento, potente ed universale come l’arte.

Per questo motivo viene chiamato lo scultore italiano contemporaneo, tra i più noti al mondo, Arnaldo Pomodoro e gli viene affidato questo progetto: la realizzazione di una cantina vinicola che fosse simbolo della tenuta, in poche parole un vero land mark.

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La struttura ha l’aspetto di una tartaruga ed è chiamato significativamente Carapace: le forme rotonde e sinuose richiamano le colline circostanti, il colore caldo del rame ricorda la terra, tutto è creato nel rispetto dell’ambiente circostante; la copertura della cantina, ossia il carapace della tartaruga, simboleggia la stabilità e la longevità del vino prodotto.

È il contenente che rispetta il contenuto.

Con un messaggio chiaro: come la tartaruga è un animale lento, dalla corazza dura e che vive molto a lungo, il vino prodotto dalla tenuta ha bisogno di tempo per essere degustato, è strutturato, ha carattere e con la giusta quantità di anni diventa ancora più buono.

Il Carapace è una scultura dove si lavora e si vive, oltre ad essere sintesi perfetta e concreta di natura e arte, ma ad ogni modo è il vino ad essere sempre il protagonista.

I vini prodotti dalla cantina sono tutti inevitabilmente legati al territorio: il Carapace (Sagrantino) dal nome della cantina stessa, il  Lampante (Montefalco Riserva DOC, 18 mesi in tonneaux e in botte grande) che richiama il dardo rosso e lo Ziggurat (Montefalco DOC) che nella lingua assiro babilonese è “ciò che è posto in alto rispetto alla terra” indica che la cantina è trait d’union fra cielo e terra.

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La qualità dei prodotti è elevata (forse il Montefalco Riserva si fa preferire per rapporto qualità prezzo) e consente alla tenuta di raggiungere un risultato straordinario: promuovere nuove forme d’arte perfettamente integrate nel tessuto ambientale del luogo realizzando vini di alto livello. Si tratta in definitiva di un vero e proprio modello destinato ad essere preso come esempio virtuoso e riproposto, auspichiamo, sempre più spesso in futuro.

L’eredità culturale ed enologica della “Madama” a Ortona

ZuccariL’Abruzzo è un luogo sorprendente, l’ideale per concedersi un momento di relax: una natura meravigliosa ed indomita, una cultura enogastronomica di primo livello e un patrimonio storico-artistico interessante e mai scontato che rispecchia la complessità degli eventi storici che si sono succeduti nel tempo in una terra che è stata di confine (tra lo Stato Pontificio e il Regno di Napoli).

Così può capitare che una visita ad Ortona, piccola cittadina sulla costa adriatica in provincia di Chieti, possa rivelarsi un piacevole momento in cui degustare un bicchiere di vino, all’ombra di un palazzo progettato da uno dei più grandi architetti del ‘500 grazie a una famosa nobildonna, figlia dell’imperatore “sul cui impero non tramonta mai il sole”.

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E’ una storia con la S maiuscola quella che Ortona racconta: il sovrano in questione è ovviamente Carlo V d’Asburgo (cui la frase viene generalmente attribuita) e la nostra eroina è sua figlia Margherita d’Austria, meglio conosciuta come la Madama che molto si adoperò per la cultura e per la produzione vinicola delle sue terre. Ora, come la vicenda di questa principessa di padre austro/spagnolo e di madre olandese, si intersechi con quella dell’Abruzzo, e di Ortona in particolare, è una di quelle congiunture storiche particolari di cui l’Italia è piena. Per una serie di circostanze dovute alle strategie di alleanze politiche, Margherita si ritrovò prima a sposare un Medici, Alessandro, da cui eredita il palazzo romano di famiglia, oggi sede del Senato della Repubblica, che da lei oggi prende il nome di Palazzo Madama. Questa unione durò però poco più di anno, Alessandro venne presto assassinato in una faida interna a Firenze e lei andò in sposa a Ottavio Farnese, appartenente a una famiglia in ascesa e che poteva vantare un suo membro sulla cattedra di Pietro, papa Paolo III Farnese.

Ed è proprio questo il matrimonio che ci porta in Abruzzo.

L’ascesa della famiglia ebbe infatti come naturale conseguenza l’acquisizione di nuove terre nell’ottica di una politica espansionistica volta ad aumentare ricchezza, potere e prestigio. Diversi erano i feudi che i Farnese possedevano in Abruzzo e furono proprio quelli che Margherita scelse per i suoi ultimi anni, dopo aver girato l’Europa e aver ricoperto incarichi politici nelle Fiandre.

La Madama si stabilì inizialmente a Leonessa, Cittaducale e l’Aquila, dove pure è presente un Palazzo Farnese, ma quando la famiglia acquistò Ortona nel 1582, vi si trasferì definitivamente trascorrendovi gli ultimi anni di vita. L’esigenza di una dimora appropriata al suo rango la spinse a chiamare uno dei migliori architetti in circolazione, tra i più celebrati a Roma: Giacomo della Porta, la cui fama era all’apice in quel momento grazie alle magnifiche imprese che stava realizzando nella città eterna come Palazzo Chigi di piazza Colonna, la facciata della Chiesa del Gesù e diverse bellissime fontane realizzate a piazza Navona e piazza Mattei (la Fontana delle Tartarughe). Fu anche l’architetto che completò la cupola di San Pietro progettata da Michelangelo: un curriculum che oggi definiremmo impropriamente da “archistar”.

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L’edificio, che sorge su un piccolo colle sul mare, oggi si discosta parzialmente dal progetto iniziale di Della Porta. A causa di alcuni lavori nelle strade circostanti, nell’800 crollò la parte verso il mare, quella con il grande portone d’accesso, sostituita da un’aggiunta posticcia, mentre all’interno, a causa dei vari passaggi di proprietà e delle diverse destinazioni d’uso del palazzo, molti elementi sono stati modificati.

Anche nell’assetto rimaneggiato di oggi rimane comunque innegabile il fascino di quest’opera architettonica che echeggia in maniera originale le istanze più avanzate delle tendenze artistiche in voga nella Roma di fine ‘500.

Ma come accennato in precedenza, l’impronta della Madama a Ortona non si esaurisce nello splendido palazzo ma anche tra i vigneti delle sue colline. Margherita, dotata di grandi capacità imprenditoriali, insieme al marito Ottavio si interessò concretamente alla produzione vinicola delle sue terre, ottenendo risultati lusinghieri tanto che i suoi vini finirono sulla tavola delle più importanti corti europee, dando così il via ad un’importante tradizione enologica.

Forte di questo retaggio, negli ultimi anni Ortona sta vivendo una nuova fase di rinascita, frutto soprattutto del lavoro di un’azienda, la Fantini by Farnese, la cui cantina principale si trova al quattrocentesco Castello Caldora proprio per dare una continuità alla storia vinicola di questi territori.

Uno dei prodotti più interessanti è l’Edizione Cinque Autoctoni, un blend di uve Montepulciano, Primitivo, Sangiovese, Negroamaro e Malvasia Nera (le percentuali possono variare a seconda dell’annata).

E’ un vino di grande appeal già a livello visivo caratterizzato nel bicchiere da un affascinante luminoso rubino molto compatto. Più che intenso è il profumo al naso, inizialmente di mora e ciliegia che lasciano poi spazio alle erbe aromatiche, alla speziatura (in particolare cannella e chiodi di garofano), alla tostatura ed infine ad un lieve tocco minerale. All’assaggio la morbidezza conquista immediatamente ma risulta ottimamente bilanciata da una buona freschezza, sorretta anche da un tannino vellutato. Molto persistente la sua presenza nel cavo orale.

Questo vino unisce storia e innovazione, un blend di vitigni autoctoni italiani coraggioso e allo stesso tempo vincente che definisce un prodotto ben saldo nella tradizione vitivinicola abruzzese, ma risulta proiettato verso il futuro rivaleggiando sul mercato internazionale con competitor ben più noti ma non per questo migliori.

La figura di Margherita d’Austria è ricordata in diverse zone del centro Italia, alcune delle quali prendono da lei il nome, come ad esempio il Lago della Duchessa o Castel Madama. Ogni anno sono diverse le rievocazioni storiche allestite nei piccoli borghi dove si celebra il suo passaggio; e non mancano nemmeno le bottiglie di vino come quella prodotta dalla Tenuta Colfiorito, proprio a Castel Madama, chiamata significativamente “1538 Donna Margherita”, alludendo all’anno in cui visitò per la prima volta questo paese a pochi chilometri da Roma.

Tuttavia è proprio a Ortona che la Madama ha lasciato la sua eredità più importante, in quel fazzoletto di terra incastonato tra il mare che lei poteva guardare dal suo palazzo e i vigneti rigogliosi sulle colline, in un connubio di elementi molto lontani dalla pomposità e lo sfarzo della corte imperiale ma forse più più assonanti con un’anima appassionata di cultura e bellezza come fu quella di Margherita.