Il taccuino #4: il piacere della lettura, Mario Soldati

Se in tanti oggi scriviamo di vino e se il pubblico riconosce ormai una dignità letteraria all’argomento, lo si deve ad un ristrettissimo numero di intellettuali e scrittori che nel primo dopoguerra, pionieristicamente, iniziarono a raccontare questo mondo, inizialmente con un più ampio contesto sociale che abbracciava l’intera realtà contadina, quando l’agricoltura era ancora la prima e unica fonte di sostentamento per molte famiglie. 

E così, in questo periodo di belle e assolate giornate settembrine in cui la vendemmia è in in pieno svolgimento in tante zone d’Italia, è stato bello riprendere in mano un libro meraviglioso, scritto da colui che forse più di tutti ha contribuito a rendere il vino un genere letterario: per Mario Soldati, piemontese doc, ogni definizione sarebbe riduttiva vista l’ecletticità della sua carriera che lo vide regista, scenografo, scrittore, documentarista tv, storico dell’arte. Forse proprio per quest’ultimo aspetto, avendo in comune con lui gli studi universitari e la passione per la bevanda sacra a Dioniso, avverto molto il fascino di questa figura e spesso e volentieri mi immergo nei suoi libri e nei suoi documentari che trovo un inesauribile fonte di cultura, buon senso e prosa raffinata. 

Vino al Vino è un libro incredibile che racconta, con una meravigliosa fluidità di scrittura, il suo personalissimo viaggio in Italia, intrapreso in tre intervalli diversi a cavallo degli anni ‘60 e ‘70: a differenza di Goethe, Soldati era alla ricerca del vino genuino, con un’accezione del termine ovviamente modellata sui gusti dell’autore. O forse sarebbe meglio dire, proprio come il poeta tedesco alla ricerca della più alta espressione della cultura del popolo italiano. Cos’altro è il vino se non una delle massime manifestazione del genio di chi lo produce? Un po’ come l’arte.

Oggi siamo nel 2020 e il mondo del vino è stato totalmente rivoluzionato negli anni intercorsi da quel viaggio che è inutile star qui a elencare le varie innovazioni, sia tecniche che di pensiero, che hanno investito il settore enologico. Eppure, ed ecco spiegato l’uso dell’aggettivo incredibile, il racconto di Soldati presenta degli aspetti di tale modernità e freschezza che la lettura supera la malinconia per una civiltà contadina oggi scomparsa ma che molti ricollegano in qualche modo ai propri ricordi, magari dei nonni o dei genitori, e offre una serie di spunti di riflessione che rende quest’opera attuale e obbligatoria anche per un semplice amatore. 

Come ad esempio il rischio di omologazione del gusto che si corre inseguendo a tutti i costi i mutamenti del mercato, cosa che puntualmente sta accadendo soprattutto per quanto riguarda i rossi. E poi la regola d’oro, che personalmente cerco sempre di onorare, del cercare, per quanto possibile, di bere locale, cercando il vino che abbia viaggiato il meno possibile, discorso sacrosanto a maggior ragione se ci troviamo  in Italia, l’antica Enotria (terra del vino) per i greci, dove in ogni angolo trovi la qualità di qualche vitigno autoctono. 

Vino al Vino è un libro da tenere a portata di mano, da rileggere ogni tanto, da consultare prima di apprestarsi a intraprendere un qualche viaggio: è un ricco formulario di saggezza confezionato con una scrittura elegante e scorrevole, non privo di qualche anacronismo tecnico, ma sempre piuttosto attuale, preziosa testimonianza di una cultura enologica un po’ logorata dal tempo ma che non passa mai di moda e di cui tutti noi in qualche modo siamo i figli. 

Foto di Soldati esposta alla mostra su Sergio Leone all’Ara Pacis di Roma

Il taccuino #3: la Nascetta, il piacere della scoperta

Uno degli aspetti più intriganti del vino è connesso a un’idea di conoscenza che si sviluppa come un lungo percorso fatto di incontri inaspettati e nuove scoperte, proprio come accade per la storia dell’arte: sono letteralmente impaziente di conoscere quale sarà il prossimo vino che assaggerò allo stesso modo di sapere quale sarà la prossima opera d’arte che vedrò.

E da questo punto di vista non c’è fortuna migliore che vivere in Italia: nel nostro paese infatti sono coltivati oltre 300 vitigni, di cui circa la metà sono autoctoni, fortemente caratterizzati dalla loro territorialità. Un patrimonio enorme dove ogni bicchiere racconta la storia di un determinato luogo come in una sorta di puzzle dove ogni tassello concorre alla scoperta della straordinaria ricchezza ampelografica italiana. 

E in un assaggio recente ho avuto il piacere di fare la conoscenza, per la prima volta e con notevole ritardo, della sorprendente Nascetta: un vitigno a bacca bianca, semi aromatico, coltivato nella zona delle Langhe (anzi, l’unica varietà bianca autoctona di questa zona di eccellenza). Il suo paese di origine è Novello, dotato di una DOC apposita, ma è possibile ora rintracciarlo un po’ in tutte le Langhe.

Noto già nell’Ottocento per la sua squisitezza, la sua storia segue un copione largamente diffuso, arrivando a un passo dalla scomparsa per essere poi rivalutato, negli anni ‘90 dello scorso secolo, da alcuni produttori lungimiranti che hanno puntato sul rilancio di un vino che rischiava di rimanere schiacciato dal peso e dal prestigio del gigante Nebbiolo. 

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La bottiglia che ho assaggiato è di Francone, produttore di Neive: si tratta della Nascetta “Leonina”, annata 2019 DOC Langhe. Un vino caratterizzato da una piacevole freschezza, con una buona persistenza, profumato (sentori di pera e fiori) e perfettamente bilanciato. Nel bicchiere risulta di un giallo paglierino con riflessi di oro verde. 

Un vino giovane e allo stesso tempo elegante, fratellino minore del Nebbiolo si, ma che tiene alto il nome della famiglia Langhe e che promette molto bene.

Infine due parole anche su Neive, che fa parte del club “I borghi più belli d’Italia”: il paese merita assolutamente una visita, per il suo borgo che conserva l’impronta medioevale fatto di viette strette e tortuose, suggestive e pittoresche che offrono la possibilità di una bella passeggiata che sarà un ottimo viatico per una sorprendente bevuta. 

Il taccuino #2: compleanno “gotico”

Per comprendere le cattedrali basta essere sensibili al commovente linguaggio delle loro linee sature di ombre e irrobustite dalla forma digradante di contrafforti ornati o spogli. Per capire queste linee affettuosamente modellate, guidate, e carezzate, bisogna avere la fortuna di essere innamorati. 

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La suggestiva prosa di Auguste Rodin, presa in prestito dal suo libro sulle cattedrali francesi (1), è un ottimo cappello al racconto di un compleanno un po’ particolare considerando che ricorreva il secondo giorno dall’inizio della fase 2 (o era la 3? boh!), quando sostanzialmente si è potuto tornare a circolare liberamente all’interno della propria regione di residenza. Per policy personale, in quel giorno prendo sempre un giorno di ferie dal lavoro e mi concedo un’escursione extra moenia: quest’anno l’obiettivo principale era rivedere il mare per riprendere dimestichezza con il concetto di infinito e di orizzonte dopo più di due mesi di confinamento domestico, ma lungo il tragitto, appositamente modificato, mi sono concesso una meta che avevo messo nel mirino da un bel po’ di tempo, l’Abbazia di Fossanova in provincia di Latina, a pochi passi da Priverno. 

Se a Roma è possibile trovare testimonianza di tutti gli stili principali e di tutte le epoche artistiche, farete però molta fatica a imbattervi in qualcosa di genuinamente gotico, se non in un’unica chiesa del centro (indovinello: quale? Indizio: c’è un elefantino davanti). Dovrete quindi spostarvi se avete il desiderio di visitare uno di questi edifici dalle pareti e slanciate, dove l’interazione della luce sulla nuda pietra è la decorazione stessa. Beh, io avevo ce l’avevo. E anche se nell’Urbe non ha mai attecchito, è stato proprio il Lazio, insieme alla Sicilia, a fungere da porta d’ingresso in Italia per questo stile d’oltralpe: l’Abbazia di Fossanova, consacrata nel 1208 da Innocenzo III, è proprio il primo esempio di architettura gotico cistercense nella penisola. 

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Ed ecco in una bella mattina di primavera, guidando da Frosinone in direzione mare, si attraversano Monti Lepini che, prima di digradare verso la costa, improvvisamente regalano la visione di questa meravigliosa chiesa. La prima impressione arrivando dalla strada è molto suggestiva perché, se si eccettuano poche abitazioni e un ristorante, l’abbazia si erge maestosamente solitaria nella campagna. Il luogo è famoso perché ha trascorso i suoi ultimi giorni il grande teologo domenicano Tommaso d’Aquino, ma da un punto di vista storico artistico perché è così importante? Perché è il primo esperimento (parliamo di 1163-1208), insieme alla vicina Casamari, di transizione tra il romanico e il gotico proveniente da oltralpe (la chiesa è infatti è una derivazione diretta di Altacomba, in Savoia). Non vi aspettate quindi di trovare la classica cattedrale francese o tedesca tutta guglie e slanciata all’infinito verso il cielo: l’architettura ha qui ancora un suo “peso” e una sua orizzontalità, rappresentando bene una fusione tra i due stili, quasi un momento di passaggio che poi si svilupperà nei successivi due secoli.

L’interno conserva ancora intatta la suggestione della luce sulla semplice pietra e certamente suggerisce una spiritualità silenziosa che, in fuga dalla mia rumorosa quotidianità, non posso che accogliere con piacere.

1. Auguste Rodin, Le Cattedrali di Francia, Castelvecchi Ed., 2017

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Taccuino #1 2020: il podio dei “vini da quarantena”

Riprendere in mano il blog dopo diversi mesi e in un periodo come quello che stiamo vivendo è un
esercizio di sintesi davvero complicato: come primo passo vorrei rivolgere un pensiero affettuoso a
tutte le persone che hanno sofferto in questi mesi così terribili.

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(Roma, Colosseo al tramonto)

“Arte e vino” è il connubio che alla base di questo spazio, un legame che si fonda sulla
conoscenza, sulla territorialità e richiama la parte piacevole della vita. La bellezza di osservare un
quadro o di bere un bicchiere di vino in compagnia.
Dal punto di vista artistico faccio subito outing: non ho avuto la possibilità di visitare molto, con
un’eccezione “gotica” di cui vi parlerò in un altro post, e ho letto anche poco: mi sono imbarcato in
una lettura molto bella, ma per me complicatissima, di un testo di economia politica che mi ha
assorbito completamente il tempo dedicato ai libri (in calce al post trovate comunque il riferimento
bibliografico: consigliatissimo per chi, inesperto, volesse approfondire la storia dell’economia).
Per quanto riguarda l’aspetto enoico, come molti, ho consumato una buona quantità di vino a casa
anche se, per motivi di prossimità e di portafoglio, mi sono concentrato sui vini della GDO. Ho
assaggiato diverse bottiglie: ho preso molte “sòle”, come si dice a Roma, ma ho anche trovato
prodotti di grande qualità. Vi scrivo qui il mio personalissimo podio dei vini “da quarantena” reperiti
presso la GDO (ovviamente la definizione è riduttiva in questo caso):
1. Villa Gemma Bianco Masciarelli: trebbiano di Abruzzo della linea Villa Gemma, un bianco
elegante ed equilibrato (€ 12,5)
2. Sassella Nino Negri: appartiene alla linea base di Nino Negri, storica cantina della Valtellina,
un nebbiolo da portare a cena a casa di amici, salvando reputazione e portafoglio (€ 10)
3. La Segreta Planeta: anche qui siamo sulla linea base della storica cantina siciliana, un blend di
grecanico, chardonnay, viognier e fiano: ideale per una buona bevuta poco impegnativa (€ 7,5)

* il consiglio per la lettura è: Alessandro Roncaglia, La ricchezza delle idee. Storia del pensiero
economico, ed. Laterza, 2013

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To resume the blog after several months and in a period like this we are living, is a complicated
excercise of synthesis: as first step I would like to turn a loving thought to everybody suffered in
these terrible months.
This blog is based on the union “art and wine”, a bond that is founded on the knowledge, on the
territory and reminds the beutiful part of life.
Under an artistic point of view, I declare my guilt: I haven’t had the chance to visit any place, with
the only “gothic” exception that I’ll tell in another post, and I have also read little: I “embarked” in a
very intersting reading that for me was really difficult, a book of poltic economy that has absorbed
all the time devoted to the books.
As for the wine, I drank a good amount of bottles at home, as many others in this quarantine,
though, for reasons of proximity and economics, I bought them in the supermarket. I tasted many
wines: I’ve taken many “sòle”, as we say in Roma (the meaning of this dialectal word is cheat more

or less), but also several quality purchases. I write you here my personal top three of “quarantine
wine”:
1. Villa Gemma Bianco Masciarelli (Abruzzo): trebbiano grapes for Villa Gemma series by
Masciarelli, an elegant and balanced white wine (€ 12,5)
2. Sassella Nino Negri (Lombardy): nebbiolo grapes for this red wine by Nino Negri, historical
cellar of Valtellina, the right wine to bring to dinner in friends’ home, saving reputation and money
(€ 10)
3. La Segreta Planeta (Sicily): is a sicilian blend of grecanico, chardonnay, viognier and fiano: a
really good and cheap drink (€ 7,5)

Il taccuino #8 rinascimento romagnolo

Viaggiare per l’Italia è sorprendente, la bellezza è così diffusa che non ce ne rendiamo conto, forse non siamo neanche predisposti a goderne. A Cesena c’è un vero gioiello del Rinascimento italiano, la Biblioteca Malatestiana: voluta da Malatesta Novello, si tratta della seconda biblioteca civica più antica del mondo e l’unica che si è conservata intatta ai giorni nostri, nella struttura e negli arredi.
E nelle colline intorno la città, ettari di vigneti e un altro grande protagonista: il sangiovese di Romagna, che qui a Bertinoro trova la sua massima espressione.


 

Traveling around Italy is surprising, the beauty is so widespread that we do not realize it, maybe we are not even prepared to enjoy it. In Cesena there is a true jewel of the Italian Renaissance, the Malatesta Library: commissioned by Malatesta Novello, it is the second oldest civic library in the world and the only one that has been preserved intact today, in its structure and furnishings.
And in the hills around the city, hectares of vineyards and another great protagonist: the Sangiovese of Romagna, which here in Bertinoro finds its maximum expression.

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Cesena, Biblioteca Malatestiana

Il taccuino #7 il traminer bulgaro

Un paragone un po’ bizzarro, ma essenzialmente vero: l’uva si comporta spesso come i pittori. Possono dare il meglio di sé esclusivamente in determinati territori oppure possono adattarsi bene anche in altri centri e, spesso, ne acquistano i caratteri. Quest’ultimo è il caso di un traminer che ho assaggiato qualche giorno fa, prodotto in Bulgaria: se aggiungiamo poi che l’impostazione è piemontese, si tratta un vero e proprio inno all’eclettismo della vite.

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Il produttore è Edoardo Miroglio, di mestiere imprenditore tessile, impegnato nella  viticoltura fin dagli anni ‘80 nella zona di Alba. Nel 2002 però individua in Bulgaria un terroir che secondo lui poteva essere ideale per la produzione di vino di qualità: iniziò così questa avventura a Elenovo, a est di Sofia e a circa 130 chilometri dal Mar Nero. Nel cuore della Tracia, considerata, al tempo dei romani, un’importante zona  vitivinicola.

Il risultato è buono, il vino è gradevole: probabilmente però manca l’inconfondibile mineralità tipica dei grandi vini altoatesini, basi della magnifica architettura di quei capolavori enologici.

 

A comparison a bit ‘bizarre, but essentially true: the grapes often behaves like painters.They can give the best of themselves exclusively in certain territories or they can adapt well also in other centers, often acquiring the characters. It is the case of a traminer that I tasted a few days ago, produced in Bulgaria: if we add then that the setting is “piemontese”, it is a true hymn to the eclecticism of the vine.

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The producer is Edoardo Miroglio, a textile entrepreneur, engaged in viticulture since the 80s in the Alba area. In 2002, however, he identified a terroir in Bulgaria that he thought could be ideal for the production of quality wine: this adventure began in Elenovo, east of Sofia and about 130 kilometers from the Black Sea. In the heart of Thrace, considered, at the time of the Romans, an important wine area.

The result is good, the wine is pleasant: probably, however, the unmistakable minerality typical of the great South Tyrolean wines is lacking, the basis of the magnificent architecture of those oenological masterpieces.

Il taccuino #6 il vino di Matilde di Canossa

L’Italia è il paese con più varietà di vitigni al mondo, sono centinaia. Una pluralità che si manifesta attraverso il proprio genius loci di ogni fazzoletto di territorio. La ricchezza, e allo stesso tempo la particolarità, sta nella possibilità di trovare un lungo elenco di specie autoctone, molte delle quali riscoperte negli ultimi anni e nobilitate da una produzione attenta e di qualità. Lo scorso weekend ho fatto una nuova, gradita conoscenza: la spergola. Infatti mi è capitato di mangiare in una buona trattoria nella campagna reggiana e mi sono imbattuto in questo vino che, ignoranza mia, mi suonava totalmente nuovo. E in realtà non è così perché si tratta addirittura del vino che la Contessa di ferro, Matilde di Canossa, regalava a Papa Gregorio VII che lo adorava. In ossequio a cotanto giudizio, non posso che essere d’accordo col Santo Padre. Io l’ho provato in versione fermo (anche se quella frizzante è più nota): Brezza di Luna della Tenuta di Aljano, Colli di Scandiano e Canossa DOP.

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Si tratta di un vitigno autoctono di Scandiano praticamente scomparso e solo recentemente ripristinato, tanto che ancora rappresenta solo un’ infinitesimale parte delle vigne del reggiano. Una piacevole sorpresa che vi invito a provare quando passerete dalle parti della contessa!
Alla prossima

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Italy is the country with more variety of vineyard in the world, they are hundreds. A plurality that appears through the genius loci of every patch of land. Wealth, and at same time particularity, is in the possibility to find a long list of native species, many of them have been discovered in recent years and ennobled by a quality production.

Last weekend, I’ve made a new welcome knowledge: the spergola. In fact I ate in a good country inn near Reggio Emilia and I tried this wine that, for my ignorance, sounded new to me. In reality is not like that, it’s the wine that the Countess of Iron, Matilde di Canossa, gave to Pope Gregorio VII that loved it. In respect of this judgment, I agree with the Holy Father. I’ve tasted the still wine version: Brezza di Luna by Tenuta di Aljano, Colli di Scandiano e Canossa DOP.

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It’s a local variety of Scandiano virtually disappeared but recently restored, it represents an infinitesimal part of the vineyards around Reggio Emilia (the only zone in Italy). A pleasant surprise that I invite you to try when you pass by the parts of the countess!

See you soon!

Il taccuino #5 il Colosseo

Domenica pomeriggio sono entrato all’ interno del Colosseo: magnifico. Sono andato per girare un piccolo video sul vino insieme a un mio amico ma ho avuto tempo di passeggiare un  dentro l’anfiteatro Flavio. Inutile descriverlo, anche se  la calda luce autunnale, tipicamente romana, che si irradia su questa struttura prossima ai 2000 anni è veramente qualcosa che rassomiglia a una poesia visiva. Mi è venuto in mente un libro che ho letto lo scorso anno e che si chiama Roma Caput Vini (Negri, Petrini 2011). Si tratta di un lavoro molto ben fatto che analizza l’importanza del vino nella cultura dell’antica Roma, sia come momento di piacere sia come elemento simbolico dovuto al fatto che dove arrivavano le legioni, arrivava la vite: serviva a far capire che alle popolazioni assoggettate che sarebbero rimasti a lungo, dato che la vite ci mette qualche anno per dare i suoi frutti.

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Un libro pieno di curiosità che, tra le altre cose, dimostra come grazie agli antichi romani la viticoltura si sviluppò in Francia (sarebbe curioso sapere cosa ne pensino i francesi, anche se lo immaginiamo). Inoltre con un’interessantissima indagine filologica, scopriamo che il nome di alcuni vitigni derivano dal lessico romano: traminer da terminus, confine, oppure chardonnay dal villaggio romano di Cardannacum.
Consigli per la lettura in questo autunno ancora particolarmente caldo ma già gravido di premesse di belle cose. Ma soprattutto il mio augurio è che possiate godervi quella luce del meriggio, così calda e avvolgente, baciare quelle pietre esattamente come 2000 anni fa.

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Sunday afternoon I entered the Colosseum: magnificent. I went to shoot a little video about wine, together with a friend of mine but I had the time to walk a bit inside the amphiteater Flavio. It is useless to describe it, even if perhaps the warm autumn light, tipically roman, that radiates on this architecture close to 2000 years is really something similar to a visual poetry.  

It came to my mind a book that I read last year entitled Roma Caput Vivi (Negri, Petrini 2011). It’s a good study that analyzes the importance of the wine in the culture of ancient Rome both as an element of pleasure, of course, and as symbolic element because where the legions arrived, the vine arrived: it served to make subject people understand that Romans would have remained for a long time, since the vines need some years to make their fruits.

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It’s a book full of curiosity that, among other things, demonstrates how thanks to the ancient Romans viticulture developed in France (it would be curious to know what the French think of it, even if we imagine it). Moreover, with an extremely interesting philological survey, we discover that the name of some vines derives from the Roman lexicon: traminer from terminus, border, or chardonnay from the Roman village of Cardannacum.

Advice for reading this autumn still particularly hot but already pregnant with the premises of beautiful things. But above all, my wish is that you can enjoy that light of noon, so warm and enveloping, kissing those stones exactly as 2000 years ago.

Il taccuino #4 Il gusto del Piceno e il suo eccentrico pittore

Gli ultimi giorni sono trascorsi tra il lavoro e l’apertura di diverse bottiglie. Prima che pensiate che io sia un alcolizzato, a mia discolpa lasciatemi dire che è stato un periodo pieno di compleanni e di cene: settembre d’altronde è quel periodo dell’anno che serve a riallacciare i rapporti dopo la pausa estiva. In questa sorta di happening enologico devo dire che una bottiglia in particolare mi ha colpito e, mentre la bevevo, mi ha restituito il sapore di un territorio che adoro e dove purtroppo quest’anno non sono ancora riuscito a tornare: si tratta del Piceno, quel meraviglioso tappeto di colline che da Ascoli va verso il mare.

20180923_131312La bottiglia in questione è prodotta da un’azienda che è un vero orgoglio del territorio, oltre che magnificamente gestita tutta al femminile, la Tenuta Cocci Grifoni a Ripatransone (AP). Ho degustato il loro Rosso Piceno Superiore DOC Le Torri (55% Montepulciano, 45% Sangiovese), annata 2012, fiero ed elegante rappresentante di questa tipologia.

Carlo Crivelli http://www.tuttartpitturasculturapoesiamusica.com

(Carlo Crivelli, Maria Maddalena, 1480, Rijksmuseum, Amsterdam)

Il suo gusto persistente mi ha lasciato anche una gran voglia di tornare e già non vedo l’ora perché oltre alle sue delizie enogastronomiche, il Piceno ha anche tante storie artistiche da raccontare: ad esempio potreste correre il rischio di imbattervi in qualche opera di un eccentrico pittore del ‘400, nato a Venezia, vissuto nelle Marche, ma le cui opere oggi sono ammirate soprattutto nei grandi musei internazionali come la National Gallery di Londra e quella di Washington. Il suo nome è Carlo Crivelli..googolate, non ve ne pentirete.

 

Alla prossima settimana!

 

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I spent last days between working and some bottle of wines. But before you think I’m an alcoholic, in my defense let me say that it was a period full of celebrations and anniversaries: september is the time of year that is used to re-establish the relationship after summer.

In this sort of oenological happening, I must say I was impressed by one bottle in particular and, while I was drinking it, a territory returned in my mind, one that I like and where I’m sorry I’ve not returned this year: the Piceno, a wonderful land of hills from Ascoli to the Adriatic Sea.

This bottle is produced by a winery that is also a pride of territory, as well as beautifully managed all female, Tenuta Cocci Grifoni in Ripatransone (AP).

I drank their Rosso Piceno Superiore DOC Le Torri (55% Montepulciano, 45% Sangiovese), vintage 2012, proud and elegant representative of its tipology.

Its persistent taste left me a great desire to come back and already I’m looking forward because, beyond its food and wine delights, the Piceno has also many stories of art to tell: for example you will risk to come across in some work by a 15th century eccentric artist, born in Venice, lived in the Marche, but his paintings you can find today especially in the famous international museums like National Gallery in London or Washington. His name is Carlo Crivelli..check on google, you will not regret it.


Cheers!

Il taccuino #3 i Corsini

Metti una cena a Firenze in un bel locale Oltrarno, a pochi passi dalla Basilica di Santa Maria del Carmine con i suoi splendidi affreschi di Masaccio e Masolino. Come ogni città d’arte, specialmente d’estate, la sera il fascino è se possibile ancora maggiore: forse perché magicamente sparisce una buona parte dell’orda turistica o forse per la magia dei riflessi delle luce sullo specchio immobile del fiume. Comunque sia, la cucina fiorentina è sempre deliziosa (per la cronaca ho preso un eccellente piatto di pici con lampredotto e trippa e un peposo) e il vino chiaramente, visto che siamo a pochi chilometri dalla zona del Chianti Classico, è eccellente: ho scelto Le Corti Principe Corsini, annata 2015. Si tratta di una bottiglia prodotta dai discendenti dell’antica famiglia nobiliare toscana i cui vigneti si trovano in San Casciano Val di Pesa. E qui, ecco il gioco di rimandi, iniziato con lo stemma araldico sull’etichetta e proseguito subito dopo cena, con una suggestiva passeggiata notturna che mi ha portato davanti il bellissimo Palazzo Corsini sul Lungarno, capolavoro del seicento fiorentino. Un fil rouge che poi mi ha condotto a Roma, in un pomeriggio di settembre, a visitare quello scrigno di tesori, poco conosciuto dai turisti, che è la Galleria Corsini: si tratta della residenza romana della famiglia, acquistata al tempo dell’elezione a pontefice di un membro della famiglia, Lorenzo, conosciuto poi come Clemente XII.

La storia, l’arte e il vino che si intrecciano. Una bellezza diffusa, tipicamente italiana. Concedetevi il piacere di scoprirla. Alla prossima settimana!

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A few nights ago, i had a dinner in Florence, a nice restaurant in Oltrarno, near the church of Santa Maria del Carmine and its wonderful frescoes of Masaccio and Masolino.

Like any city of art, especially in summer time, the charm in the evening is more, if possible: perhaps because the horde of tourists disappears, or perhaps for the magical reflections of the lights on the mirror of river’s water. Anyway, the tuscan cuisine is delicious (i ate an excellent dish of “pici” with “lampredotto” and florentine tripe and “peposo”, local meat stew with pepper) and the wine, we are near the Chianti Classico area, of course, is very good: i chose a bottle of “Le Corti” Principe Corsini, vintage 2015. It’s a wine produced by descendants of the noble tuscan family, whose vineyards are in San Casciano Val di Pesa (north Chianti Classico area). And here started a game of references with the heraldic crest of the label that continued walking after dinner in front of Palazzo Corsini at Lungarno, XVII century florentine masterpiece. A fil rouge that brings me in Rome, in a september afternoon, visiting Galleria Corsini, an unknown treasure chest: the roman house of the family, bought when Lorenzo Corsini became Pope Clemente XII.

The history, the art and the wine that interwines. A surrounding beauty, tipically italian. You allow yourself the pleasure of discover it.

 

To the next week!